Se volete capire qualcosa della Grecia e soprattutto dei greci in questo momento storico alle prese con una crisi economica più devastante di qualsiasi altra guerra precedente, questo romanzo può darvi un'idea molto nitida; più di decine di articoli giornalistici e interventi di opinionisti e sociologi vari.
A volte, per dire la verità, nulla è meglio di una sincera finzione.
Un esempio? Eccolo.
...Il commissario si rivolse ad un agente immobiliare: "Vedo che avete grande offerta di terreni".
"E' uscito il nuovo modello della Jeep Cherokee. Tutte le volte che la Jeep o la Land Rover fannouscire un nuovo modello aumenta l'offerta di terreni in vendita" rispose l'agente ridendo.
"E perchè?"
"Perchè un proprietario su due vende un terreno per comprarsi il fuoristrada nuovo"...
Sinossi: "Caterina, la figlia del commissario Charitos, sta per sposarsi, e lui, per l’occasione, è talmente felice da aver deciso perfino di cambiare la sua storica auto: una Seat Ibiza con tanto di navigatore satellitare al posto della vecchia e gloriosa Mirafiori. Ma ecco che un omicidio inusuale turba quel momento di serenità. L’ex direttore di una grossa banca viene trovato morto nel suo giardino, decapitato di netto, probabilmente con una spada. E non è finita: qualche giorno dopo, un altro direttore di banca,questa volta un inglese, va incontro alla stessa sorte: decapitato con un colpo netto. La seconda vittima è uno straniero, l’agitazione si diffonde. Bisogna fare qualcosa, non c’è un minuto da perdere.Markaris torna con il commissario Charitos, e non solo: suo è l’umorismo amaro e politicamente scorretto a cui siamo ormai abituati, e suo è il consueto metodo d’indagine, fatto di cautela, di circospezione, dato che gli avversari ora non sono solo i tradizionali “cattivi”, ma gli stessi mezzi di comunicazione,i politici che perseguono i loro interessi,e come sempre i colleghi che mettono al commissario i bastoni tra le ruote"
lunedì 7 maggio 2012
venerdì 6 aprile 2012
Lasciami entrare di John Ajvide Lindqvist
Molto avvincente, inquietante sui tratti più "quotidiani" e sulla tristezza di una periferia senza identità di una ricca città occidentale.
Spaventano le contraddizioni, più che i vampiri. Veri o presunti.
Da leggere se piace il genere o anche solo per curiosità.
Sinossi: "A Blackeberg, quartiere degradato alla periferia ovest di Stoccolma, il ritrovamento del cadavere completamente dissanguato di un ragazzo segna l'inizio di una lunga scia di morte. Sembrerebbe trattarsi di omicidi rituali, ma anche c'è anche chi pensa all'opera di un serial killer. Mentre nel quartiere si diffonde la paura, il dodicenne Oskar, affascinato dalle imprese dell'assassino, gioisce segretamente sperando che sia finalmente giunta l'ora della rivalsa nei confronti dei bulletti che ogni giorno lo tormentano a scuola. Ma non è l'unica novità nella sua vita, perché Oskar ha finalmente un'amica, una coetanea che si è appena trasferita nel quartiere. Presto i due ragazzini diventano più che semplici amici. Ma c'è qualcosa di strano in Eli, dal viso smunto, i capelli scuri e i grandi occhi. Emana uno strano odore, non ha mai freddo, se salta sembra volare e, soprattutto, esce di casa soltanto la notte... "Lasciami entrare" è una storia d'amore, vendetta e vampiri, un racconto sul dolore dell'infanzia e la forza dell'amicizia, dove sangue e orrore devono piegarsi alla potenza dell'amore e alla voglia di vivere.
Spaventano le contraddizioni, più che i vampiri. Veri o presunti.
Da leggere se piace il genere o anche solo per curiosità.
Sinossi: "A Blackeberg, quartiere degradato alla periferia ovest di Stoccolma, il ritrovamento del cadavere completamente dissanguato di un ragazzo segna l'inizio di una lunga scia di morte. Sembrerebbe trattarsi di omicidi rituali, ma anche c'è anche chi pensa all'opera di un serial killer. Mentre nel quartiere si diffonde la paura, il dodicenne Oskar, affascinato dalle imprese dell'assassino, gioisce segretamente sperando che sia finalmente giunta l'ora della rivalsa nei confronti dei bulletti che ogni giorno lo tormentano a scuola. Ma non è l'unica novità nella sua vita, perché Oskar ha finalmente un'amica, una coetanea che si è appena trasferita nel quartiere. Presto i due ragazzini diventano più che semplici amici. Ma c'è qualcosa di strano in Eli, dal viso smunto, i capelli scuri e i grandi occhi. Emana uno strano odore, non ha mai freddo, se salta sembra volare e, soprattutto, esce di casa soltanto la notte... "Lasciami entrare" è una storia d'amore, vendetta e vampiri, un racconto sul dolore dell'infanzia e la forza dell'amicizia, dove sangue e orrore devono piegarsi alla potenza dell'amore e alla voglia di vivere.
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Leggo (narrativa)
martedì 14 febbraio 2012
Del "telefono" non si butta via nulla
Prepararci a recuperare le cose.
Soprattutto quelle vecchie perchè, si sa, le cose vecchie son fatte meglio.
E poi, come si dice "Gallina vecchia, fa buon brodo" o, per attinenza al nostro caso, "del maiale non si butta via nulla".
Potreste dedicare il vostro RIUSO ecologico ad una persona cara.
Oggi, giorno di San Valentino, io il mio l'ho dedicato a mia moglie in questo modo:
"Il ricordo delle ore passate al telefono con te, quando eravamo più giovani, oggi m'illumina la vita"
Istruzioni per l'uso: Prendete un vecchio telefono. Apritelo. Svuotatelo come fareste con le interiora di un... maiale. Aprite entrambi i coperchietti della cornetta e sostituite microfono e altoparlante, con due lampadine alogene, rivestendo il fondo con carta stagnola. Allargate il buco dei coperchietti per incastrarci un vetrino rotondo. Prendete una vecchia stampella di ferro, fissatela alla base del telefono e legatela insieme al filo della cornetta, mimetizzandola con un nastro o un cordoncino colorato. Utilizzate il vano del telefono per alloggiarvi il trasformatore delle lampade alogene e collegate tutto ad un cavo per la rete elettrica con interruttore incorporato.
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Penso
mercoledì 8 febbraio 2012
Manifesto per un mondo senza lavoro di Ermanno Bencivenga
Un ritorno al passato delle grandi utopie per tentare di forgiare un futuro a immagine e somiglianza dell'''uomo socratico'', piu incline alle leggi della crescita interiore che a quelle dell'economia.
Di certo un trattato molto teorico, di fatto un puro esercizio accademico per la genesi di una grande utopia.
Senza dubbio una sfida ed una provocazione, che ha comunque il merito di mettere in evidenza aspetti paradossali della nostra società moderna occidentale e capitalistica, tesa a spacciare il proprio modello sociale, come l'unico, naturale ed inevitabile.
L'utilità maggiore di questo saggio, risiede nella capacità di stimolare una presa di coscienza. O quanto meno la libertà di sapere come, molti dei princìpi che abbiamo considerati fino ad oggi come assiomi, possono essere "descostruiti" ed analizzati criticamente.
Lavoro e attività; passione e professionalità; talento e capacità; tecnica e creatività; consumismo e benessere; ricchezza e opulenza; potere e sperpero; avere e essere...
Sono solo alcuni dei binomi che potranno essere scomposti concettualmente senza essere considerati solo come dei sinonimi sociali.
Sinossi: "In questo libro l'autore descrive, estremizzandolo, un mondo succubo dei consumi, travolto dal desiderio di possesso. Ma dietro la maschera c'è il sogno di un mondo migliore, capace di dare dignità indipendentemente dal successo, e di apprezzare la moderazione del vivere e la ricerca della realizzazione di sé. Un ritorno al passato delle grandi utopie per tentare di forgiare un futuro a immagine e somiglianza dell'uomo "socratico", più incline alle leggi della crescita interiore che a quelle dell'economia"
Di certo un trattato molto teorico, di fatto un puro esercizio accademico per la genesi di una grande utopia.
Senza dubbio una sfida ed una provocazione, che ha comunque il merito di mettere in evidenza aspetti paradossali della nostra società moderna occidentale e capitalistica, tesa a spacciare il proprio modello sociale, come l'unico, naturale ed inevitabile.
L'utilità maggiore di questo saggio, risiede nella capacità di stimolare una presa di coscienza. O quanto meno la libertà di sapere come, molti dei princìpi che abbiamo considerati fino ad oggi come assiomi, possono essere "descostruiti" ed analizzati criticamente.
Lavoro e attività; passione e professionalità; talento e capacità; tecnica e creatività; consumismo e benessere; ricchezza e opulenza; potere e sperpero; avere e essere...
Sono solo alcuni dei binomi che potranno essere scomposti concettualmente senza essere considerati solo come dei sinonimi sociali.
Sinossi: "In questo libro l'autore descrive, estremizzandolo, un mondo succubo dei consumi, travolto dal desiderio di possesso. Ma dietro la maschera c'è il sogno di un mondo migliore, capace di dare dignità indipendentemente dal successo, e di apprezzare la moderazione del vivere e la ricerca della realizzazione di sé. Un ritorno al passato delle grandi utopie per tentare di forgiare un futuro a immagine e somiglianza dell'uomo "socratico", più incline alle leggi della crescita interiore che a quelle dell'economia"
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giovedì 2 febbraio 2012
Senza Euro nè Dracme (III ed ultima parte)

TERZA ED ULTIMA PARTE
Quella notte la passai in bianco.
Non sapevo se a causa più dell'agitazione che dell'eccitazione.
Dopo aver fatto una lunga doccia, mi preparai con cura, come se fossi stata invitata ad una cerimonia importante, indossando l’ultimo cambio pulito che avevo portato con me da Roma.
Prima di uscire, serrai i lacci delle mie scarpe con decisione.
Dimitri era fuori l'albergo, ad aspettarmi in sella alla sua vespa col motore acceso.
Non disse nulla, non mi guardò neppure.
Accelerava nervosamente, con la marcia ingranata e la frizione tirata, pronto a partire.
Io gli afferrai le spalle possenti da dietro, con entrambe le mani e salii cavalcioni sulla sua vespa, mentre lui, quasi contemporaneamente, lasciando andare la frizione, la fece balzare di scatto in avanti.
Corse più velocemente del solito e arrivammo in poco tempo davanti al cancello del manicomio.
Alessio ci stava aspettando ostentando una certa impazienza.
“Perquisiscila” si limitò a dire.
Dimitri mi si parò davanti, immobile. Io gli sorrisi, allargai le gambe e alzai le braccia verso l’alto, invitandolo ad eseguire quell’ordine, che gli aveva appena impartito il suo capo.
Il mio sguardo si fissò su Alessio, mentre seguivo con la mente le forti mani rozze di Dimitri che mi attraversavano il corpo, risalendo dalle caviglie fino ai polsi.
“Cos’è... – dissi – Uno come te ha paura di una «stupida femmina»?”
“La prudenza non ha nulla a che vedere con la paura” sentenziò Alessio.
Dimitri, dopo aver completato l’operazione si ritrasse e, con un cenno del capo, comunicò ad Alessio che ero «pulita».
“Bene. – rispose Alessio – Puoi andare: oggi sei libero. Io esco in barca con lei. Ci rivediamo stasera alla base”
Dimitri risalì sulla sua vespa e si allontanò a gran velocità.
“Scendiamo al molo” disse Alessio incamminandosi.
“Andiamo a piedi?”
“Si, sono solo tre o quattro chilometri”
Annuii e mi affiancai a lui.
Restammo in silenzio per quasi tutto il percorso.
Lui si limitò a chiedermi se fossi contenta di rivedere Anastasios, ma io non gli risposi neppure. Ero molto concentrata.
Quando arrivammo al molo, cominciai a canticchiare a mente una delle mie canzoni preferite del grande Blasco, per scaricare la tensione che si stava pericolosamente accumulando sulle braccia e sulle palme delle mani.
…se siete "quelli comodi" che "state bene voi".... se siete ipocriti, abili....
“Ti piace il mio nuovo yacht?” disse lui ridendo ed indicando un vecchio gozzo da pesca in legno.Salì a bordo e mi fece cenno di seguirlo; poi scese sotto coperta ed accese il motore. Tornò sul ponte di prua e con un cenno della mano chiese ad un vecchio a terra, di sciogliere le due cime che assicuravano la barca a delle bitte arrugginite del molo.
La barca si scostò lentamente dalla banchina; Alessio manovrò il timone e diede potenza al motore.
…non siete mai colpevoli… ... Prendere, manipolare, fare credere!...
Prendemmo velocità, solcando un mare calmo, azzurro e crudelmente bello.Ci allontanammo rapidamente dalla costa.
Alessio diresse la barca verso un grosso gommone nero fermo davanti a noi.
La barca rallentò e si accostò al gommone, dal quale salì un vecchio col fisico asciutto ed atletico.
Teneva una cima in mano, che legò ad un anello della barca.
“Ella Anastasios! Ti kanis?” gridò Alessio andandogli incontro.
I due si abbracciarono vigorosamente.
...ma adesso… state più attenti! Perché ogni cosa è scritta!...
“Kalimera Franca! Alla fine sei riuscita a ritrovare il tuo capo, vero? Bravo, bravo…” mi disse Anastasios sorridendomi.Alessio rimase interdetto. Guardò Anastasios e guardò me.
“Quindi, – mi disse – è così che sei riuscita a rintracciarmi”
Anastasios si fece scuro in volto: “Che cosa succede?”
“Niente. – specificò Alessio – Solo ora ho capito come ha fatto Franca a rintracciarmi"
“Lo so. – rispose Anastasios – L’ho incontrata una settimana fa ad Atene: voleva sapere come fare a rintracciarti per raggiungerti…”
Silenzio.
…e se si girano gli eserciti e spariscono gli Eroi…
“E’ successo… qualcosa che non so?” aggiunse Anastasios, allargando le braccia.“Il fatto è, che questa troia, – precisò Alessio, puntando il dito contro di me – ha omesso di dirti perchè mi stava cercando. Per farmi fuori”
Anastasios si girò verso di me, con lo sguardo interrogativo.
…se la guerra poi adesso, cominciamo a farla noi…
Lo fissai per un solo istante. Un istante interminabile, prima di estrarre la pistola che mi aveva procurato Dimitri il giorno prima, puntarla contro Alessio e far fuoco due volte.
… non sorridete!... gli spari sopra... sono per voi!
Poi mi avvicinai con calma al corpo del vecchio «Spado» steso a terra col ventre sanguinante e lo finii con un altro colpo alla testa.
… non sorridete!... gli spari sopra... sono per voi!
Mi ricordai nitidamente del volto sorridente e solare del mio «Scheggia». Quel volto che avevo amato con tragica tenerezza.
Mi girai verso Anastasios, verso colui che era stato come un padre per me, per godere insieme a lui quel breve istante di pace. Una pace che sapevo stava per essere spazzata via per sempre da un nuovo, profondo dolore.
“Perdonami…” ebbi appena il tempo di sussurrargli, prima di veder comparire Dimitri alle sue spalle con un grosso estintore in mano.
Il vecchio Anastasios, il tenente torturatore del regime dei colonnelli, tristemente noto sull’isola come il «diavolo nero», rimase immobile, spiazzato dall’incomprensione di quello che stava accadendo.
Dimitri lo colpì sulla testa.
Fu un colpo devastante. Provai dolore. Dolore fisico per Anastasios.
Dimitri lo colpì di nuovo; una, due, tre, forse quattro volte, con una furia definitiva, fracassandogli il cranio.
Ancora oggi, non so dire per quanto tempo restammo entrambi immobili, coi vestiti intrisi del sangue delle nostre vittime.
Entrambi avevamo finalmente avuto la nostra vendetta.
Entrambi eravamo stati costretti a fare un patto; uno scambio sacrificale, per soddisfare quella sete di vendetta che per anni ci aveva logorato l’anima.
Entrambi eravamo consapevoli che un destino inesorabile ci avrebbe imposto un prezzo alto da pagare: vivere con un nuovo ed inedito dolore.
Un dolore dilatato da un eterno rimorso.
FINE
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Scrive FabbroScrivano
lunedì 30 gennaio 2012
Senza Euro nè Dracme (II parte)

SECONDA PARTE
Quando mi svegliai, non mi resi conto subito di quanto tempo fosse passato.
I due piazzati da «Spado» a sorvegliarmi erano cambiati e il mio corpo era pieno di dolori, soprattutto al collo.
Avevo fame, ma soprattutto sete.
Una delle due sentinelle mi lesse nel pensiero: si alzò da terra e mi venne incontro portando una vecchia bottiglia di plastica piena d’acqua.
Non disse nulla; aprì la bottiglia e mi fece bere direttamente da lì, tenendola con entrambe le mani tremanti.
Lo guardai negli occhi e percepii un senso di sgomento e paura.
Ero io la diversa là dentro. Una strana e pericolosa. La vera appestata in mezzo ad un «esercito di pazzi».
Chissà che gli aveva detto di me il vecchio «Spado».
L’acqua che stavo bevendo faceva schifo; era torbida e salata.
Le mani insicure del mio guardiano, fecero disperdere metà del flusso dell’acqua che sgorgava dalla bottiglia, direttamente sul mio seno.
“Che schifo mi stai dando? – dissi sputando per terra – Alessio ti ha ordinato di avvelenarmi?”
“L’acqua che abbiamo sull’isola a volte, viene pompata dal mare, desalinizzata e depurata. – riconobbi la voce di «Spado» dietro di me – Fa piuttosto schifo, lo so. Ma stai tranquilla camerata, non sarà certo un po' d'acqua ad ucciderti”
“Smettila di chiamarmi «camerata» – gli risposi – Sei patetico…”
Lui si spostò lentamente davanti a me, poi disse: “Tanto per cominciare, ti faccio una proposta…”
Da come lo disse e dalla sua espressione maliziosa, mentre mi fissava il seno trasparire dalla maglietta bagnata, pensai che il vecchio e irreprensibile «Spado», mi stesse proponendo del sesso.
“Oltre che infame, – gli dissi – sei anche diventato un vecchio porco bavoso? Preferirei andare con qualche matto della tua «armata Brancaleone», piuttosto!”
“Non dirlo troppo in giro… – rise lui – La maggior parte dei miei «matti», come li chiami tu, non vanno con una donna da secoli!”
“Ora, sta zitta e ascolta la mia proposta. – riprese serio stavolta – Cominciamo stabilendo un patto: io non ti chiamerò più «camerata» e tu non mi chiamerai più «Spado». D’accordo?”
“Rinneghi il tuo vecchio nome di battaglia?”
“Non rinnego nulla; ma quel nome appartiene ad un altro mondo. Appartiene al passato e lì deve restare. Allora, siamo d’accordo?”
“D’accordo” risposi sospirando.
“Bene. Allora, ecco la mia proposta: voglio che mi racconti tutto quello che è successo a Roma, dopo la morte di «Scheggia». Voglio sapere che fine hanno fatto gli altri, dove sono ora, cosa fanno e se hai mantenuto i contatti con qualcuno di loro”
“In cambio di cosa?” chiesi.
“In cambio della tua vita. Ti basta?”
“No. Non mi basta” azzardai.
“Hai fegato, Franca. Lo hai sempre avuto. Peccato che tu sia sempre stata una un po’ stupida e prevedibile. Ma il coraggio non ti è mai mancato”
Avrei voluto sputargli in faccia. Ma non lo feci.
“D’accordo. – aggiunse lui – In cambio io ti racconterò cosa ho fatto in questi dieci anni”
Feci di si con la testa: in fondo era quello che volevo sapere.
Alessio estrasse da una tasca dei suoi pantaloni il mio coltello e tagliò lo spago che mi teneva legate le mani.
Lo guardai interrogativa.
“Non fare cazzate, siamo intesi? – mi ammonì lui – Non provare nemmeno a scappare. Io e i miei uomini ti riprenderemmo subito”
Si allontanò verso l’uscita della catapecchia e mi ordinò di seguirlo.
Mi alzai con difficoltà; le mie gambe erano anchilosate e faticai a raggiungerlo.
Attraversammo insieme il grande cortile del manicomio. Le due sentinelle ci seguivano a distanza.
Alessio veniva salutato da tutti, generalmente con leggeri cenni del capo o della mano. Alcuni sorridevano, altri s’inchinavano, fin quasi a genuflettersi.
Lui ricambiava, guardando semplicemente l’altro negli occhi, con un impercettibile accenno di sorriso.
“E così – gli dissi ironicamente – Sei diventato un «duce». Il «Duce dei matti»…”
Lui si limitò a sorridermi, senza raccogliere la mia provocazione.
“Quando è caduto «Scheggia», – esordì improvvisamente – sono dovuto scappare dall’Italia. La Digos, mi era addosso da mesi e stavano per arrestarmi”
“Quel giorno, il giorno del rapimento alla Banca, il giorno in cui è morto…” il ricordò mi spezzò la voce, impedendomi di continuare.
“Quel giorno… – continuò lui, immaginando cosa volessi chiedergli – non potei raggiungerli davanti alla Banca. Lungo il tragitto, mi accorsi di essere seguito e fui costretto a cambiare strada. Se fossi andato a quell'appuntamento, ci avrebbero beccati tutti”
“Così hai pensato bene di salvarti il culo e abbandonare i tuoi camerati al loro destino, vero?!” gridai.
“Non avrebbero dovuto agire” rispose secco.
“Avresti potuto avvisarli, tentare di proteggere i tuoi uomini…” insistetti.
“No. – riprese lui – Con gli sbirri alle calcagna, se li avessi chiamati al cellulare, li avrebbero presi subito dopo di me. Le istruzioni del piano erano chiare: qualsiasi intoppo avrebbe annullato l’azione. «Scheggia» non avrebbe dovuto prendere il mio posto. Non avrebbe dovuto”
“Meglio in galera che morto…” sussurrai.
Lui si fermò per un momento e si voltò verso di me, lo sguardo duro: “Non dovevano agire. Non furono queste le miei istruzioni, cazzo!”
Restammo in silenzio, per un po’.
Poi fui io a parlare: “Il giorno seguente la morte di «Scheggia», venni fermata dalla polizia: avevano trovato una mia foto nella tasca di «Scheggia». Mi torchiarono per un paio di giorni, ma io non gli dissi nulla, recitando la parte della fidanzata ignara. Non credo ci abbiano creduto, ma evidentemente, non avendo nulla su di me, mi lasciarono andare”
Mi sedetti su una vecchia panca di legno.
“E gli altri?” chiese lui sedendomi accanto.
“Lasciai passare un paio di settimane prima di farmi viva con qualcuno. Sapevo di essere seguita e spiata dalla polizia. Poi una sera, m’incontrai con Bruno al laghetto dell’EUR. Mi disse che il nostro gruppo si era disperso; Giorgio era stato arrestato, perché vennero trovate le sue impronte sul furgone che doveva servire a rapire il funzionario di banca”
“Ti disse qualcosa di me, Bruno?” Lo sguardo di Alessio era perso nel vuoto.
“Voleva trovarti per ucciderti. Era convinto che ci avessi tradito e che fossi scappato” glielo dissi scandendo le ultime parole.
“Che stronzo!...” sussurrò lui scuotendo la testa.
“Cercai di riorganizzare il gruppo. Volevo vendicare «Scheggia», dandoti la caccia”
“Insieme a chi?” chiese.
“All’inizio Bruno riuscì a mettersi in contatto con Francesco e Giulia. Tutti e quattro insieme, raccogliemmo qualche vaga informazione su di te nei vecchi ambienti del Tuscolano, di Frascati e di Ostia; un giorno andammo anche a Verona, per incontrare alcuni camerati che erano stati contattati da un loro fornitore di armi, che aveva bisogno di nascondere un vecchio amico. Ma non si trattava di te”
“E poi?”
“Poi, col passare del tempo, Giulia e Francesco non si fecero più vedere. Alla fine anche Bruno se ne tornò alla vita di sempre; a fare il garzone in quel cazzo di negozio di ferramenta del padre a Fiumicino”
“E tu?”
“Io non mi diedi per vinta. Volevo trovarti per vendicare «Scheggia»; ci ho messo dieci anni, ma alla fine sono riuscita a scovarti”
“Come hai fatto?” chiese lui.
“Lo ammetto Alessio: sei stato davvero bravo a sparire. Ma devi avermi sottovalutata. Ho raccolto pazientemente, pezzo dopo pezzo, informazioni preziose; sono arrivata perfino a farmi uno della Digos di Bologna, che aveva lavorato al tuo caso, per arrivare a te” dissi.
Alessio chinò leggermente la testa di lato, chiudendo gli occhi, in segno di ammirazione: “Non me l’aspettavo. Ero convinto che qualcun altro prima o poi sarebbe stato in grado di rintracciarmi. Bruno, Marco, o al limite il piccolo Sandro. Ma a te non avevo pensato. Sei stata brava, lo ammetto. Brava davvero”
Mi resi conto che quella fu la prima e forse anche l’ultima volta, che il mio vecchio capo «Spado» mi fece un complimento e questo mi lusingò.
“Sei rimasta in contatto con qualcuno dei vecchi camerati?” mi chiese lui.
“No. Io non li ho più cercati e nessuno di loro a più cercato me”
Alessio decise improvvisamente che la conversazione era finita: “E’ tardi. Ora puoi tornartene in albergo. Domattina presto, manderò qualcuno a prenderti”
Mi allontanai verso il cancello del manicomio, senza nemmeno salutarlo.
Lungo l’intero tragitto, venni seguita a distanza da altri due scagnozzi del manicomio.
Entrai in albergo e sorrisi alla vecchia, ostentando sicurezza e indifferenza.
Lei mi guardò con aria terrorizzata, fissando i miei pantaloni strappati, la mia maglietta sporca e il mio occhio pesto: “Cosa vi è successo signorina? Siete stata aggredita da qualche matto? Avete chiamato la polizia?”
“Non è nulla; sono solo caduta. Niente di grave. Un buon bagno caldo e una bella dormita mi rimetteranno in sesto” dissi consapevole di non essere affatto creduta.
Percepii con forza, lo sguardo impiccione di quella vecchia strega, seguirmi mentre salivo le scale che portavano alla camera.
Mi distesi sul letto.
Ero a pezzi. E avevo bisogno di raccogliere le idee, di riordinare i pensieri.
Alessio mi aveva lasciata andare perché sapeva di essere al sicuro, protetto su quest’isola, dove si conoscono tutti.
Attaccarlo adesso sarebbe stato un suicidio. Troppo rischioso.
Dovevo aspettare, assecondando il suo gioco, se volevo avere una minima possibilità di trovare l’occasione propizia per scannarlo e vendicare il mio «Scheggia».
Avevo aspettato per dieci interminabili anni e potevo permettermi di pazientare ancora.
***
La mattina seguente mi svegliai con la testa pesante e ovattata.Mi vestii in fretta e corsi verso la portineria.
La vecchia, perennemente presente dietro il suo bancone, mi salutò con un cenno della mano senza dirmi nulla.
Uscii in strada, quasi correndo e mi si parò davanti l’energumeno che mi aveva aggredita il giorno prima.
Una montagna di quasi due metri di altezza. Un uomo imponente con uno stomaco prospiciente ed immenso.
“Mi chiamo Dimitri. «l’italiano» mi ha ordinato di stare con voi”
Parlava un italiano stentato, ma tutto sommato comprensibile.
Non avevo paura di lui; capii che Alessio lo teneva al guinzaglio come un cane da guardia. Malgrado ciò però, mi faceva piuttosto schifo: sudava come un animale e puzzava da vomitare.
“Andiamo al manicomio?” gli chiesi.
“No. «l’italiano» ha molto da fare oggi. Io vi porterò a visitare l’isola”
Alessio mi aveva messo «sotto sorveglianza».
“Come hai detto che ti chiami?” gli chiesi fingendo di non ricordare il suo nome.
“Dimitri”
“Io sono Franca” risposi senza guardarlo.
Quello salì sulla vespa ed io mi sistemai dietro di lui.
Ovviamente non c’era alcun casco da indossare e questo lo avevo già intuito appena scesa dal traghetto; guardando le decine di motorini sfrecciare in strada con sopra la gente coi capelli al vento.
Dimitri partì veloce.
Io, abbarbicata con difficoltà dietro di lui, fui sopraffatta dalla sua puzza, che il vento mi sbatteva in faccia. Quel senso di oppressione e soffocamento veniva accentuato dall’assoluta mancanza di visuale che subii viaggiando in quella posizione.
Ci fermammo poco lontano davanti ad una chiesetta incastonata in uno scoglio a strapiombo sul mare.
Dimitri mi raccontò la storia di quella piccola chiesa, mi spiegò che era stata costruita per proteggere i marinai e i pescatori dell’isola.
Girammo ancora un po’, visitando altre spiagge e altre piccole chiese.
Poi ci fermammo a mangiare in una trattoria in riva al mare.
Lui disse qualcosa ad un ragazzo che venne prontamente verso di noi, portando due bicchieri e le posate.
“A proposito – dissi – Da quando sono arrivata, non avuto il tempo di cambiare i miei soldi in Dracme”
“Non servono le Dracme” rispose lui telegraficamente.
“Alessio ti ha ordinato anche di pagarmi il pranzo?” cercai di stuzzicarlo.
“No”
“Ho capito. Vorrà dire che pagherò in Euro, se li accettano” aggiunsi.
“Non servono gli Euro” rispose nuovamente lui.
“Niente Dracme, niente Euro... e come pagate qui?”
“Senza Euro, né Dracme” rispose Dimitri, come se fosse la cosa più normale di questo mondo.
Nel frattempo il ragazzo portò due piatti di calamari fritti, delle patatine fritte, del pane caldo ed una brocca d’acqua fresca.
Ricordai solo in quel momento, che erano due giorni che non toccavo cibo e mi avventai sul pane.
“Senza Euro, né Dracme… – farfugliai con la bocca piena – Ma che cazzo vuol dire?”
Lui, forse per la prima volta, mi guardò intensamente negli occhi: “Vuol dire solo che noi sull’isola non usiamo i soldi per pagare; «l’italiano» ci ha detto che ci sono altri modi per pagare”
Non capii: o questo Dimitri era veramente pazzo o mi stava svelando qualche trovata del vecchio «Spado».
Addentai un paio di calamari fritti, per prendere tempo e riflettere.
“Te la cavi con l’italiano, la lingua intendo. Dove l’hai imparato?”
“E’ stato «l’italiano»” rispose.
“Vuoi dire Alessio?”
“«l’italiano»” si limitò a ripetere lui.
“Sei molto amico di Alessio, vero?”
“Lui è il mio capo. Mi fa fare molte cose. Lui mi ha nominato comandante”
Scoppiai a ridere, sguaiatamente: “Il comandante dei «matti»! Esilarante! Solo quel genio di «Spado» poteva pensare ad una stronzata del genere”
Dimitri si alzò di scatto, rosso in volto, serrando i pugni e soffiando rabbia dal naso.
“Stai calmo… – lo sfidai – Sicuramente il tuo «padrone», ti avrà ordinato di non toccarmi. Non è vero?”
“Vero” rispose lui tornando a sedersi e chinandosi a mangiare senza alzare mai gli occhi dal piatto.
Restammo in silenzio per un po’.
Decisi di cambiare atteggiamento: non serviva a nulla irritare Dimitri.
E poi, in fondo, mi faceva pena quel bestione che eseguiva solo degli ordini.
Inaspettatamente fu lui a parlare per primo: “«l’italiano» ha aiutato tutti qui. Lui ci fa lavorare. Noi ora possiamo mangiare, comprare quello che vogliamo, lavorando”
“Senza Euro, né Dracme… – dissi – Spiegami come funziona”
“Non so come funziona. Solo «l’italiano» sa come funziona. Noi dobbiamo solo girare con questo…” disse estraendo dalla tasca un piccolo taccuino nero sventolandolo in aria.
Il ragazzo si avvicinò al nostro tavolo e, come se aspettasse quel segnale, prese il taccuino dalle mani di Dimitri, vi annotò sopra qualcosa, salutò, ringraziò e se ne andò.
Ci alzammo anche noi. Dimitri salì sulla vespa e mise in moto.
Chissà che strano metodo s’è inventato il vecchio «Spado», pensai. Non chiesi altro a Dimitri, volevo parlarne direttamente con Alessio.
Per l’intero pomeriggio Dimitri continuò a mostrarmi spiagge, chiese e ruderi insignificanti, risalenti all’ultima guerra.
Prima di riaccompagnarmi in albergo, cenammo in una locanda sperduta a nord dell’isola.
Al termine della cena, si ripeté lo stesso rito del pranzo: Dimitri estrasse da una tasca il suo taccuino nero ed il cameriere vi segnò sopra qualcosa.
“Senza Euro né Dracme…” si limitò a dirmi sorridendo.
***
Per i due giorni seguenti le cose andarono avanti allo stesso modo: Dimitri veniva a prendermi la mattina presto per portarmi in giro a visitare l’isola.Alessio evidentemente era occupato in qualche suo misterioso «traffico» e aveva probabilmente ordinato al suo «pretoriano» di sorvegliarmi, per tenermi occupata, fino al suo ritorno.
Durante quei pochi giorni di frequentazione con Dimitri, mi persuasi che era un tipo strano. Un matto anomalo; un diverso fra i diversi.
Il terzo giorno, venne a prendermi, come sempre in albergo.
“Prima di pranzo devo portarvi alla base, da «l’italiano»” mi avvisò appena mi vide uscire in strada.
La «base» era evidentemente il manicomio, pensai.
Alessio era seduto nel cortile principale, su una vecchia sedia di vimini a godersi il sole.
“Allora, – chiese – ti è piaciuta l’isola?”
“Bella e noiosa. – risposi – Che ci fa uno come te in questo posto anonimo e sperduto?”
"Cerca di realizzare un grande esperimento politico” rispose.
“C’entrano forse i taccuini neri?” chiesi.
“Hai parlato con Dimitri?”
“Non è di certo un chiacchierone il tuo «gorilla». Ho solo notato che ogni volta che c’era da pagare, tirava fuori un libretto nero e faceva segnare qualcosa al cameriere”
“Hai notato bene: che altro ti ha detto?”
“Che sostieni esista un modo diverso per pagare, senza usare i soldi. «Senza Euro né Dracme»”
“Il progetto, – disse alzandosi in piedi – questo esperimento sociale, è molto semplice ed essenziale. La popolazione dell’isola baratta i propri beni e servizi con gli abitanti del manicomio, segnando tutto su dei taccuini che vengono certificati da me. In cambio, i miei uomini eseguono i lavori manuali e di manutenzione”
“E che cazzo di differenza c’è dall’usare i soldi?”
“Il denaro – riprese – genera usura, sfruttamento finanziario e parassitismo, indebolisce l’uomo con l’ozio. Dovresti ricordarti i principi per cui combattevamo contro l’usura bancaria e il complotto della finanza mondiale”
“Sono passati un po’ di anni da allora, – dissi sarcasticamente – mi sono concentrata a cercare un infame traditore…”
“Ho cercato di elevarvi, – disse scuotendo il capo – Vi ho fatto leggere Evola, le teorie economiche di Pound, ma non so quanti dei miei vecchi uomini siano riusciti realmente a capire la portata ideale e politica della nostra azione”
“Eri palloso allora, – ribattei – ma ora sei diventato patetico, coi tuoi «pistolotti» moralistici”
“Ma chi cazzo ti credi di essere?! – urlò – Io almeno sto cercando di realizzare un disegno rivoluzionario…”
Risi forzatamente: “Vorresti farmi credere stai realizzando il tuo «grandioso» progetto politico, con quattro matti sdentati e quattro pecorai ignoranti che si scambiano pesce, pomodori e ricotta di pecora?"
“Dubito che tu riesca a capirlo. – riprese lui serio – Questo è un laboratorio sociale. Il nostro obiettivo è creare una comunità autarchica. Non saremo soddisfatti fino a quando l’ultima banca presente sull’isola, chiuderà i battenti, per mancanza di clienti”
“Come hai fatto a convincere la gente a non usare il denaro? – chiesi – Non dirmi che gli abitanti di quest’isola, sono tutti dei grandi idealisti, estranei al «fascino perverso del dio denaro»…”
“No. – rispose – Coloro che hanno accettato finora questo sistema, sono ancora una minoranza; ci vuole tempo e fatica per convincere il popolo. Devo ammettere però, che molti di loro si sono convinti a stare dalla nostra parte dopo il default del 2013 e la conseguente uscita della Grecia dall’Euro; la svalutazione della nuova Dracma di oltre il 60% ha messo in ginocchio intere famiglie dell’isola. Comunque i miei uomini, sanno anche essere molto convincenti”
“Scommetto che soprattutto quel bestione di Dimitri – dissi ridendo – sa essere molto convincente...”
“Dimitri è il mio braccio destro. Un uomo prezioso e molto intelligente”
“Questo l'ho notato. – dissi – Lui è… diverso, non sembra nemmeno un «matto»”
“Dimitri non è «matto». – precisò Alessio – Probabilmente è diventato matto, vivendo in un posto del genere”
“Lo so. – aggiunsi – Mi ha raccontato di essere nato in manicomio”
“Sua madre venne rinchiusa in manicomio un paio di anni prima di partorirlo. Probabilmente venne violentata da qualche portantino; una cosa che accadeva molto spesso qui. Comunque, subito dopo aver partorito, lei si suicidò. I medici, cercarono invano di affidare il neonato a qualche famiglia dell’isola; ma non trovarono nessuno disposto a crescere il figlio d'una pazza. Il bambino crebbe in manicomio, insieme agli altri malati”
“Mi ha raccontato, – aggiunsi – che negli anni ’70 qui c’erano anche degli uomini, tenuti prigionieri in una zona separata del manicomio e sorvegliati giorno e natte dai soldati”
“Dopo il colpo di stato dei colonnelli del ‘67, – mi raccontò Alessio – vennero deportati qui i terroristi comunisti e questo posto, divenne il più importante campo di prigionia della Grecia”
“Che posticino incantevole! – commentai sarcastica – Un manicomio e un bel campo di concentramento, messi insieme su uno scoglio assolato e sperduto dell’Egeo!”
“Ogni paradiso serve a nascondere l'Inferno. - sentenziò Alessio - A proposito del regime dei colonnelli, ti ricordi di Anastasios?”
“Certo che me lo ricordo” risposi.
Anastasios Vhogalidis. Un vecchio militare greco, un agente dei servizi segreti e uno dei capi più influenti della rivoluzione dei Colonnelli del ’67 in Grecia. Dopo la caduta del regime, si rifugiò in Italia e prese contatto con diversi militanti neofascisti, soprattutto in Veneto. Nel 2000 si trasferì a Roma per un anno e Alessio gli chiese di addestrarci alle tecniche di guerriglia e lotta armata.
Ogni Sabato, per sei mesi, lui ci portò nei boschi dei Castelli, per insegnarci l'arte del combattimento.
Anastasios è stato come un padre per me; mi ha insegnato molte cose ed è sempre stato molto protettivo nei miei confronti. A differenza di «Spado», lui aveva fiducia in me e cercava di insegnarmi molte cose.
Un mito; un uomo a cui ho sempre voluto molto bene.
“Lo incontreremo domani” disse Alessio interrompendo i miei ricordi.
“Che vuoi dire?” chiesi.
“Anastasios, nonostante abbia superato i settant’anni, è ancora un personaggio molto influente presso gli ambienti militari qui in Grecia. E’ stato lui ad aiutarmi a realizzare questo progetto. Una volta al mese, viene qui sull’isola per incontrarsi in segreto con me. Domani lo incontreremo insieme: gli farà piacere rivederti e forse anche tu ti darai una calmata, vedendolo. Se non ricordo male, eravate molto legati voi due”
“Anastasios…” sussurrai.
“Puoi andare adesso. Dimitri ti riaccompagnerà in Albergo. Ci vediamo domattina” mi ordinò Alessio.
Annuii e mi allontanai.
Dimitri mi venne incontro con la sua vespa, facendomi segno di salire.
Dopo un paio di chilometri, mi accorsi che la strada che stava percorrendo, non era quella che portava in albergo.
“Dove stiamo andando?” gli chiesi.
“C’è tempo per tornare in albergo – rispose lui – Prima, voglio mostrarvi un posto”
Non dissi nulla; ero incuriosita da quella sua iniziativa che quasi sicuramente non gli era stata ordinata da Alessio.
Dopo un po’, arrivammo davanti l’ennesima chiesetta assolata a pochi metri dal mare.
Lui, intuendo cosa stessi pensando, mi disse: “Questa non è la solita chiesa. Questo è un posto speciale”
Guardai la chiesa, senza capire.
Dimitri aprì la porta cigolante della chiesa e con un cenno mi invitò ad entrare.
Mi guardai intorno, cercando di capire cosa ci fosse di particolare in quel posto.
“Qui c'è il mio ritratto” disse Dimitri sorridente, indicando un'intera parete affrescata con una scena sacra che raffigurava due santi, martirizzati con un forcone da un diavolo nero. Ai piedi di uno dei due santi c’era un bambino che teneva fra le mani una spada dorata.
Nonostante la drammaticità della scena, la raffigurazione era piuttosto sobria, composta. I volti dei personaggi quasi inespressivi; del tutto simile a tutte le raffigurazioni sacre che avevo visto in quelle chiese ortodosse.
"Quel bambino – disse Dimitri sorridendo – sono io”
Non notai alcuna somiglianza. Forse da bambino era diverso; forse tutti questi anni passati in manicomio, gli avevano cambiato i connotati.
“Chi ha dipinto questo affresco?”
“Un prigioniero. – rispose Dimitri guardandosi intorno – Tutta la chiesa è stata pitturata dai prigionieri”
“I prigionieri politici del campo di concentramento? Tu li conoscevi?” chiesi.
Dimitri si sedette a terra, fissando l’affresco dov’era raffigurato: “Si. Quand’ero bambino, li vedevo dietro la rete. Quelli del manicomio, gli chiedevano sempre le sigarette, ma i soldati urlavano e scacciavano tutti, sbattendo i fucili contro la rete. Ma un giorno, io passai sotto la rete e uno dei prigionieri mi prese per un braccio. «Se ti prendono i soldati ti ammazzano!» mi disse, ma non mi cacciò via; rimasi nascosto con lui dietro un cespuglio. Da quel giorno, ogni tanto passavo sotto la rete. I soldati dopo un po’ se ne accorsero, ma fecero finta di niente: in fondo ero solo un ragazzino che scappava da un manicomio per andare in un campo di concentramento. Lui, «il poeta», così lo chiamavano gli altri prigionieri, mi portava sempre qualcosa da mangiare, qualche sigaretta e mi raccontava sempre tante cose. Lui è stato come un padre per me”
Dimitri si fermò per un momento con le lacrime agli occhi.
“Lui ha dipinto questo. – continuò indicando l’affresco – I soldati fecero ridipingere questa chiesa ai prigionieri e loro in cambio, potevano fare un bagno al mare per rinfrescarsi”
“Chi è il diavolo nero? Cosa rappresenta?” chiesi.
“Un giorno io ero con il mio amico, dentro la sua baracca. I soldati entrarono all’improvviso sfondando la porta. Io mi nascosi sotto il letto. C’era anche uno vestito di nero. Era un capo, dava sempre ordini, anche se non portava la divisa da soldato. Urlava perché voleva delle informazioni dal «poeta». Ma lui non disse niente e quello cominciò a picchiarlo, insieme con gli altri soldati lo riempirono con calci e pugni. Poi quello vestito di nero, prese un paio di tenaglie e gli staccò di netto il dito di una mano. I soldati continuarono a prenderlo a calci e a pugni finchè quello vestito di nero gli sparò allo stomaco e uscì dalla baracca insieme agli altri soldati. Io uscii tremante da sotto il letto e mi avvicinai al «poeta». Era completamente coperto di sangue e non riuscivo a vedere i suoi occhi. Io piangevo e tremavo e lui, prima di morire, mi disse che dovevo guardare il dipinto che aveva fatto in questa chiesa”
Dimitri pianse e rosso in volto, serrò i pugni, digrignando i denti mentre fissava il diavolo nero dipinto.
"Tutte le notti - continuò - mi sveglio per le urla del poeta che mi rimbombano nella testa e mi viene una gran sete. Tutte le notti bevo l'acqua, ma non mi disseto mai"
Conoscevo quella sete. La stessa che provavo da anni dopo la morte del mio Scheggia. Sete di vendetta
che l'acqua non placa.
Mi avvicinai anch'io all'affresco.
Guardai il bambino, guardai il santo di sinistra, poi quello di destra. Infine guardai il diavolo nero soffermandomi sullo sguardo.
Mi allontanai di scatto e rabbrividii. E lo riconobbi.
Riconobbi il diavolo nero.
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giovedì 12 gennaio 2012
Senza Euro nè Dracme

Roma, marzo 2004
Dove sei «Spado»? Che fine hai fatto? Perché non arrivi?
«Scheggia» guardò nervosamente l'amico, piazzato dall'altra parte della strada e lo chiamò col cellulare: “Che facciamo adesso? «Spado» non è ancora arrivato…”
“Hai provato a chiamarlo sul cellulare?” chiese l'amico.
“E' irraggiungibile. Me l'aveva detto che avrebbe tenuto spento il telefonino e che lo avrebbe acceso solo in caso di necessità”
L'amico rimase alcuni secondi in silenzio a riflettere, poi aggiunse: “Non c'è più tempo. Devi prendere tu il suo posto. Io metto in moto il furgone”
“Che cazzo dici?! Sei pazzo! Non siamo pronti per questo cambio improvviso; non posso prendere il posto di «Spado» e tu lo sai bene. Lasciamo stare, rimandiamo tutto”
“No. Dobbiamo farlo. «Spado» è stato chiaro: non avremo a disposizione un'altra occasione come questa, dobbiamo agire lo stesso. Ora. Che succede «Scheggia»? Hai paura?”
“Certo che ho paura! Paura di mandare tutto a puttane! Lasciamo stare, abbiamo preparato tutto con cura e un'azione così non possiamo improvvisarla”
“Calmati adesso: il nostro obiettivo sta per uscire. Dobbiamo agire e tu devi prendere il posto di «Spado». Preparati: io metto in moto il furgone e mi tengo pronto. Ora togli la batteria al cellulare per disattivarlo, come pianificato”
«Scheggia» vide l'amico aprire il cellulare e sfilargli la batteria, mentre andava a passo sostenuto verso un furgone parcheggiato poco lontano.
“'fanculo!” esclamò a vuoto nel telefono cellulare ormai disconnesso.
Poi, dopo aver fatto un profondo respiro chiudendo gli occhi, tolse la batteria al cellulare, rassegnato ad agire come gli aveva ordinato l'amico.
Guardò verso la sede della direzione generale della Banca di Roma e per un attimo si sentì sovrastato da quella struttura imponente dell'Eur.
Davanti al palazzo un ampio parcheggio, a cui si accede attraverso un'unica entrata, utilizzata dalle auto e dai pedoni, protetta da una sbarra azionata dagli addetti alla sicurezza che stazionano generalmente in una piccola guardiola con i vetri oscurati.
«Scheggia» si avvicinò all'entrata del parcheggio, posizionandosi al limite del passo carrabile antistante l'entrata, in procinto di attraversarlo. Portò le mani sudate a massaggiarsi le tempie che gli pulsavano violentemente, mentre l'odore intenso del proprio sudore finì quasi per stordirlo.
Dopo alcuni minuti, che lui percepì come interminabili, vide uscire dalla porta centrale del palazzo, l'obiettivo: il responsabile del settore mutui fondiari della banca. L'uomo salì velocemente sul sedile posteriore dell'auto di servizio che lo aspettava con a bordo l'autista.
L'auto si avvicinò all'uscita e «Scheggia» cercò inutilmente di ripassare mentalmente una parte che non avrebbe mai dovuto sostenere.
Dove sei «Spado»? Che fine hai fatto? Perché non arrivi?
Non sono pronto per prendere il tuo posto; questa parte l'hai preparata te con cura per settimane intere…
L'auto si fermò davanti alla sbarra abbassata, l'autista fece un cenno di saluto alla guardia in servizio all'entrata e la sbarra si alzò lentamente, fino a posizionarsi in verticale.
L'auto si mosse adagio e «Scheggia», quasi contemporaneamente, attraversò di scatto il passo carrabile e venne investito.
L'autista scese dall'auto, corse davanti al muso della macchina e vide un uomo a terra che si lamentava toccandosi una gamba. “E' sbucato all'improvviso! Non l'ho visto!” urlò, voltandosi verso il vigilantes, che nel frattempo stava uscendo dalla guardiola, per vedere cosa stesse accadendo.
Quando volse di nuovo lo sguardo, l'autista impiegò qualche istante prima di rendersi conto che l'uomo appena investito, era balzato fulmineamente in piedi e lo stava sospingendo violentemente verso la portiera posteriore dell'auto, minacciandolo con una pistola puntata contro l'addome: “Stai calmo, apri la portiera lentamente e non ti succederà nulla”
Per un solo breve istante «Scheggia» si guardò intorno: l'autista, il dirigente della banca e i pochi passanti presenti erano rimasti immobili, pietrificati da una miscela di paura e smarrimento.
Poi si chinò verso l'alto dirigente della banca, gli puntò l'arma alla testa e gli domandò minaccioso: “E' lei il dottor Marfini?”
Ma non riuscì a sentire la sua risposta: uno sparo sordo glielo impedì; ciò che invece sentì, fu una vampata di calore intenso nella schiena e l'odore acre della stoffa e della pelle bruciata.
Si accasciò e la pistola gli scivolò dalle mani.
Cadendo, si rigirò su se stesso e incrociò per un lungo attimo, lo sguardo terrorizzato di un giovane vigilantes che gli puntava contro la pistola d'ordinanza ancora fumante, tenendola con entrambe le mani tremanti.
«Scheggia» era disteso a terra, con la faccia rivolta verso l'alto e, immobile in una pozza di sangue scuro, fissava il cielo nuvoloso ed immenso.
Non vide più niente intorno a se. Non distinse più alcun odore, , né quello intenso del proprio sudore e nemmeno quello acre della stoffa e della pelle bruciata dal proiettile che gli aveva trapassato la schiena. Non udì più nulla, nemmeno le urla dei passanti terrorizzati e le voci concitate che chiedevano disperatamente aiuto. Più nulla.
Dov'eri «spado»? Che fine hai fatto? Perché non sei arrivato in tempo?
Non ero pronto per prendere il tuo posto; questa era la tua parte; l'avevi preparata con cura per settimane intere: avevi imparato a farti investire da una macchina quasi ferma, senza farti male. Un abile trucco per costringerla a fermarsi. Io dovevo solo coprirti le spalle «Spado» e ti avrei protetto dal vigilantes. Quello invece ha sparato a me, perché tu non c'eri… Non c'eri.
Dove sei ora «spado»? Ho freddo… tanto freddo. Troppo.
Dodecaneso, Grecia, Maggio 2014
Il traghetto attraccò sull’isola con oltre sei ore di ritardo.
Guardai l’orologio sbuffando; volevo scendere in fretta, per sistemarmi in albergo.
Avevo bisogno di una doccia, visto che non mi lavavo da oltre tre giorni.
Ero partita in treno da Roma per imbarcarmi a Brindisi e raggiungere via mare un’isola sperduta nel Dodecaneso.
Appena scesa a terra, domandai informazioni ad un tassista del posto: “Mi scusi, sa dirmi dove si trova l’Hotel Meltemi?”
“Italiana? – mi chiese quello sorridendomi – Venite signorina, vi porto io”
L’uomo parlava un discreto italiano, imparato chissà come.
“Non ho ancora cambiato i miei soldi in Dracme…” risposi mentendo.
“Meglio! Io preferisco i vecchi Euro alle nuove Dracme” quello insisteva.
“No, grazie. So che l’Hotel Meltemi è proprio da queste parti. Mi basta sapere dove si trova” risposi perentoriamente.
L’uomo chiuse con calma la portiera del taxi, borbottando qualcosa in greco e dandomi le spalle.
Avevo a che fare con un greco panzone da meno di cinque minuti e già mi stava sulle palle tutta la sua razza.
“Allora? – mi spazientii alzando il tono della voce – Lo sa o non lo sa dove si trova questo benedetto hotel?”
Il tassista si girò verso di me con la lentezza necessaria a raccogliere tutto il sarcasmo di cui aveva bisogno in quel momento.
“Sulla mia macchina voi leggete «Ufficio Informazioni»?” disse torvo, indicando l’insegna luminosa del suo taxi.
Stavo per rispondergli che io ci leggevo «Coglione», ma mi trattenni, lasciai correre e m'incamminai verso il lungomare che abbracciava un lungo tratto di costa.
Dopo aver percorso poco più di cento metri, trovai il mio albergo e vi entrai spedita.
“Ho prenotato una camera” dissi ad una vecchia vestita di nero seduta dietro ad un vecchio bancone di legno.
“Voi siete la signora di Roma e avete chiamato una settimana fa?” chiese.
Annuii guardandomi intorno; anche lei parlava discretamente in italiano.
“Dovete darmi un documento, prego” disse.
“La patente va bene?” chiesi frugando nello zaino.
“Bravo, si… va bene…” rispose consegnandomi una chiave con una targhetta consunta di plastica.
“Salite al primo piano. Girate a sinistra e la stanza è la prima che trovate. C’è scritto «3» sulla porta. Endaxi?”
Annuii di nuovo, sorridendole.
“Sa dirmi, – chiesi prima di avviarmi verso le scale – dove si trova l’ospedale psichiatrico? E’ molto lontano da qui?”
“No, non è lontano, no… – rispose lei alzandosi in piedi – Volete andarci adesso?”
“No, non subito – risposi – Forse domani mattina”
“Domani, quando uscite, io vi spiego. Endaxi?”
“Grazie” risposi dirigendomi verso le scale.
“Prego, prego… Ci sono alcuni italiani rinchiusi nel nostro manicomio...”
Non aveva perso tempo la vecchia per impicciarsi dei fatti degli altri e moriva dalla curiosità di sapere.
Finsi di non capire e proseguii verso le scale. Inutilmente.
“Chi avete lì dentro? Un vostro parente italiano?” insistette.
Mi costrinsi a sorriderle: “No… io sono qui solo per lavoro”
“Aah, bravo! Voi siete una dottoressa italiana…”
“Si, una specie...”
Raggiunsi finalmente le scale e me le feci quasi correndo.
Entrai nella mia stanza e mi precipitai in bagno. Restai più di mezz'ora sotto la doccia, cercando di rilassarmi il più possibile.
Quando uscii dalla doccia, mi asciugai appena e mi stesi nuda sul letto, fissando il soffitto bianco della stanza; avevo bisogno di recuperare le forze per il giorno dopo.
Prima di addormentarmi, ricordo solo di aver pensato ad Alessio e a quando lo avrei finalmente incontrato.
La mattina dopo uscii dalla mia stanza di buon ora.
Chiesi alla vecchia seduta dietro il bancone della reception di indicarmi la strada per il «manicomio», come lo aveva chiamato lei.
“Seguite la strada che costeggia il mare. – mi spiegò – Non potete sbagliare. Dopo le ultime case, c’è un boschetto. Poi trovate il nostro manicomio”
“E’ indicato da qualche cartello? Qualche segnale?”
“No signora, no... – rispose – Non c’è bisogno. Tutti qui sull’isola sanno dov’è il nostro manicomio. Non potete sbagliare: c’è un grosso cancello con una croce rossa disegnata sul muro bianco vicino, sembra un normale ospedale… poi nel cortile che si vede dal cancello, ci sono sempre dei matti che passeggiano su e giù… su e giù… su e giù”
Rideva la vecchia, imitando con le sue dita avvizzite il gesto del camminare.
“Bene, sarà meglio che vada ora” mi congedai con un formale sorriso.
Percorsi il lungomare di quello strano posto sperduto nel Dodecaneso, con le case tutte uguali e squadrate. Sembrava di essere a Sabaudia.
Attraversai il boschetto, come mi aveva indicato la vecchia e mi ritrovai di fronte al manicomio.
Una struttura vecchia, composta da piccoli caseggiati, separati da brulle piazzole di terra arsa dal sole.
Mi avvicinai alla guardiola accanto all’entrata. Un ragazzo era seduto all’interno e guardava annoiato un piccolo televisore col volume molto alto.
“Buongiorno – quasi gli urlai per farmi sentire – Parla italiano?”
Il ragazzo fece di no con la testa e abbassò il volume del televisore.
“Cerco Alessio Falasca. – dissi in inglese – Sono la dottoressa Giangi”
“Cerca «l’italiano»?” chiese lui, sollevandosi sulla sedia.
“Lo conosce?”
“Ma certo! E chi non conosce «l’italiano»? – rispose ridendo – Ormai è più famoso del direttore, qui in manicomio!”
Alessio «l’italiano»... famoso. La cosa non mi sorprese più di tanto. Alessio non era certo uno che passava inosservato.
“Posso vederlo?” chiesi.
“Certo. Può entrare e cercarlo. – disse il ragazzo – Ormai i manicomi in Grecia, li abbiamo aperti tutti, proprio come avete fatto voi in Italia”
Salutai il ragazzo e varcai la soglia del cancello spalancato.
Girai un po’ per quei caseggiati circondati da vestiti cenciosi stesi fuori ad asciugare.
C'erano diversi matti che vagavano disordinatamente senza meta.
Ma furono due vecchietti, o almeno così mi apparvero, ad attirare la mia attenzione; un maschio e una femmina che passeggiavano mano nella mano molto lentamente.
Un manicomio su un’isola sperduta pensai, dev’essere un vero inferno.
Non so se provai più pena o repulsione per quei due.
Superai un paio di caseggiati e vidi in lontananza un uomo seduto su una vecchia poltrona di vimini, attorniato da gente in piedi.
L’uomo stava parlando, mentre gli altri ascoltavano in silenzio.
Mi avvicinai lentamente e lo riconobbi quasi subito: Alessio non era cambiato quasi per niente, nonostante fossero passati dieci anni dall’ultima volta che lo avevo visto a Roma.
Quando vidi il tatuaggio sul suo avambraccio, non ebbi più alcun dubbio; un gladio contornato da una corona d’alloro: Alessio, nome di battaglia «Spado».
Nel frattempo il gruppuscolo di persone radunate attorno a lui si era disperso.
Alessio si alzò e venne verso di me.
Forse mi aveva vista. O forse no. Nel dubbio mi nascosi accucciandomi dietro un enorme vaso rovinato, dal quale spuntava una piccola palma spelacchiata.
Quando mi passò accanto mi lanciò una rapida occhiata indifferente, scambiandomi probabilmente per qualche matta di quel posto assurdo.
Con un balzo lo raggiunsi da dietro, puntandogli il mio coltello a serramanico alla schiena.
Lui si immobilizzò, senza dire una parola.
Ricordai quello che anni fa, mi ripeteva spesso durante l’addestramento.
“Non l’hai dimenticata la prima regola, vero «Spado»? – gli sussurrai all’orecchio – Com'è che dicevi sempre? Ah... si, ecco...«davanti ad una minaccia, mantieni il sangue freddo e non agire d’impulso...»”
“Franca… – aggiunse lui perfettamente immobile – come hai fatto a trovarmi?”
“Ora mi sottovaluti «Spado»… – dissi sarcasticamente – Ma d’altra parte l’hai sempre fatto. Anche quando eri il nostro capo, mi hai sempre tenuta fuori dall’azione, ricordi?”
“Feci bene allora e farei lo stesso oggi, camerata…”
“Che vuoi dire, stronzo?! – gli gridai - E non chiamarmi «camerata», non ne sei degno”
Lo spinsi verso un caseggiato mezzo diroccato.
“Stai calma. Sei arrivata su questa piccola isola e tutti ti avranno notata”
“Prima che la polizia ritrovi il tuo cadavere in mezzo alla spazzatura, io sarò fuggita da un pezzo”
“Sei stupida. – rispose lui scuotendo il capo - Io non parlavo della polizia…”
Con un violento spintone lo scaraventai dentro il rudere fatiscente.
“Chi altri sa che sei qui?” gli chiesi.
“Tutti” rispose lui.
“Che vuol dire «tutti»?! Cazzo «Spado»! Non giocare con me!”
Lo strattonai. Lui scivolò, perse l’equilibrio e cadde a terra.
Mi chinai cavalcioni su di lui e gli puntai il coltello alla gola.
La punta della lama, affilata come un rasoio, premendo contro la sua pelle avvizzita dal sole, gli provocò una piccola ferita, facendo uscire del sangue vivo.
“Non sto giocando. – rispose lui senza perdere la calma – Sono molto conosciuto qui; sia dentro che fuori da questo posto”
Mi sollevai da lui, perché avevo bisogno di riflettere.
“Non ci credi? – riprese lui, alzandosi lentamente da terra – Sta a vedere…”
Quando mi accorsi del fiato pesante che avevo alle spalle, era tardi: una montagna umana di almeno 150 chili mi aveva già scaraventata a terra con una manata sul fianco e prima che riuscissi a riprendermi dal colpo, quello mi era addosso stritolandomi il polso con una mano per farmi cadere il coltello.
Ringhiava come un molosso ammaestrato, aspettando un solo segnale dal suo «padrone» per potermi sbranare.
Alessio gli gridò qualcosa in greco.
Quello si sollevò da terra col mio coltello in mano e mi mollò un calcione sui fianchi, che mi fece quasi svenire dal dolore; la vista mi si annebbiò, ma trattanni il fiato per non gridare.
Alessio gridò nuovamente, cercando di fermare quell’animale.
“Sei stupida camerata! – mi gridò contro Alessio – Lo sei sempre stata. Usi l’utero invece della testa. Te lo ripeto: feci bene allora e farei lo stesso oggi a non coinvolgerti nell’azione”
Sputai sangue, ma ebbi la forza di biascicargli contro un «vaffanculo» cadenzato.
Alessio ordinò qualcos’altro all’energumeno.
Quello prese una vecchia sedia scassata e la piazzò al centro della stanza.
Poi mi sollevò di peso da terra, prendendomi per un braccio e mi scaraventò sulla sedia.
Tirò fuori da una tasca dei pantaloni, un pezzo di spago e mi legò le mani dietro la spalliera della sedia.
Alessio si avvicinò, prese un’altra sedia e si piazzò davanti a me.
“Credevi veramente di passare inosservata camerata? Appena sei scesa dal traghetto, i miei uomini mi avevano già informato della tua presenza”
“Come hai fatto a trovarmi?” aggiunse in tono minaccioso.
“Che cazzo te ne frega?!” trovai la forza di urlargli contro.
Mi afferrò i capelli e mi tirò la testa all’indietro, quasi a spezzarmi l’osso del collo.
“Credi di poter continuare a stronzeggiare con me solo perché eri la donna di «Scheggia»?” mi sibilò in un orecchio.
Mi lasciò i capelli, si voltò dandomi le spalle poi, all’improvvisò, si girò di scatto mollandomi un ceffone in piena faccia.
Il suo volto, stavolta, era tirato, contratto.
“Cos’è?… – gli dissi – I rimorsi per la morte di «Scheggia» ti pesano come un macigno?”
Il suo silenzio e il suo sguardo perso nel vuoto furono più eloquenti di una confessione.
“Hai bisogno di riflettere, «camerata»…” mi disse prima di allontanarsi.
Uscì dal rudere e lo vidi parlare con altri due tipi strani.
Uno di loro era alto e secco da far paura, il volto scavato e la testa rasata piena di tagli. Camminava curvato, guardando costantemente a terra.
L’altro era piccolo, molto basso, la barba lunga e i capelli cespugliosi; vestito malissimo con dei pantaloni macchiati in più parti.
Questi due, pensai, devono essere i pazienti di questo manicomio. Due matti, come quell’animale che mi ha colpita prima. «Spado», pur di comandare, ha messo in piedi un esercito di matti.
I due si avvicinarono a me con circospezione, come serpenti, fissandomi negli occhi.
Si sedettero a terra appoggiando la schiena contro il muro restando immobili, ma continuando a fissarmi.
Ero sfinita, spossata, forse anche impreparata ad affrontare quella situazione inaspettata.
Odiavo quel bastardo, quell’infame traditore. Per colpa sua, «Scheggia», il mio uomo era caduto dieci anni fa e io, per tutto questo tempo avevo coltivato con pazienza la mia vendetta.
Non avevo paura; conoscevo bene Alessio e sapevo che uno come lui, quando voleva eliminare qualcuno, non gli lasciava nemmeno il tempo di rendersene conto. Se ero ancora viva, era solo perché lui non aveva alcuna intenzione di farmi fuori. Almeno per il momento.
E poi c’era quel «camerata»… Perché continuava a chiamarmi così? Forse mi considerava ancora un suo soldato? Proprio come tanti anni fa a Roma?
Perché aveva radunato un piccolo esercito di matti e straccioni su quest’isola sperduta della Grecia?
Stava preparando qualcosa, me lo sentivo: «Spado» era un uomo d’azione e aveva in mente sicuramente qualcosa di eclatante.
La stanchezza mi aggredì improvvisamente, facendomi piegare la testa in avanti, prima di crollare in un sonno disperato.
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lunedì 2 gennaio 2012
Il libro degli errori di Gianni Rodari
I libri di Rodari sono sempre attuali.
La sua capacità di trarre storie e trame perfino dagli errori è proverbiale.
Credo che certi errori sintattici, grammaticali e ortografici, li ho imparati ed ancora oggi li ricordo, attraverso questo libro e i suoi disegni.
Consiglio di leggere e sfogliare spesso questo piccolo e astruso "manuale".
Inutile aggiungere quanto sia divertente.
Sinossi: "Gianni Rodari ci conduce in una paradossale giostra attraverso il mondo delle correzioni a matita rossa e blu. Poesie e raccontini si intrecciano in un dialogo tutto ammicchi con gli scolari intelligenti (e con i genitori, ai quali l'autore dedica una arguta presentazione del libro). "Il libro degli errori" è stato pubblicato per la prima volta nel 1964. Disegni di Bruno Munari"
La sua capacità di trarre storie e trame perfino dagli errori è proverbiale.
Credo che certi errori sintattici, grammaticali e ortografici, li ho imparati ed ancora oggi li ricordo, attraverso questo libro e i suoi disegni.
Consiglio di leggere e sfogliare spesso questo piccolo e astruso "manuale".
Inutile aggiungere quanto sia divertente.
Sinossi: "Gianni Rodari ci conduce in una paradossale giostra attraverso il mondo delle correzioni a matita rossa e blu. Poesie e raccontini si intrecciano in un dialogo tutto ammicchi con gli scolari intelligenti (e con i genitori, ai quali l'autore dedica una arguta presentazione del libro). "Il libro degli errori" è stato pubblicato per la prima volta nel 1964. Disegni di Bruno Munari"
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lunedì 19 dicembre 2011
Crema Orerconicatimpanale. Un racconto di Karminia.

La scorsa estate un tipo del nord, uno che diceva di venire da Varese o forse da Como, ora non ricordo, si era messo in testa di produrre una crema speciale; un unguento per “bloccare la crescita delle orecchie”.
“Avrà un successo incredibile!” mi disse il tipo con una tale convinzione da rasentare la cieca fede.
Ma alla fine, quando quello mi ha sventolato sotto al naso un assegno con diversi zeri, me ne sono convinto anch’io.
Così ho chiamato Karminia e le ho chiesto di scrivermi il testo per la campagna pubblicitaria.
Ormai lo sanno tutti: una delle malattie più frequenti degli ultimi anni è l’orcheide o “sindrome delle orecchie grandi”.
Una malattia molto fastidiosa, perché fa crescere le orecchie proprio quando le persone sono distratte e nemmeno se ne accorgono.
Ebbene, noi abbiamo trovato un rimedio efficace.
Un rimedio davvero speciale: la Crema Orerconicatimpanale!
Un unguento miracoloso che, con le sue proprietà nutrienti è in grado, non solo di bloccare la crescita costante delle orecchie, ma anche di nutrire la pelle!
Cari amici, care amiche, provate ora a mettere dello scotch sulla pelle delle vostre povere orecchie e quando lo toglierete, noterete quante cellule morte si saranno staccate dalle vostre orecchie!
Con la nostra nuova crema “orerconicatimpanale”, potrete dire addio a tutti questi problemi ed al rischio di malattie come la “morchinica”!
Ma ora, sentiamo direttamente la testimonianza del signor Mario, dopo aver provato la nostra miracolossissima crema “orerconicatimpanale”.
“Avevo questi fastidiosi problemi alle orecchie. Ogni giorno diventavano sempre più grandi e la cosa sbalorditiva era che non me ne accorgevo nemmeno! Ma poi un giorno, uscendo di casa, mi sono incastrato con le orecchie sulla porta! Lasciandoci attaccate tutte le mie cellule morte! Ho provato la crema “orerconicatimpanale” ed ho risolto tutti i miei problemi! Non solo adesso riesco a passare dalla porta di casa per uscire ed andare al lavoro, ma la mia pelle è diventata più bella ed ho delle magnifiche orecchie lucenti! Grazie alla vostra miracolosa crema “orerconicatimpanale” ho scoperto il mondo!”
Chiamate il nostro numero 199.398.714.513.458.762.304.886 e ordinate la vostra crema “orerconicatimpanale” che costa solo 56 Euro e 90 centesimi, con lo sconto del 50%! Ebbene si, signori e signore, lo sconto del 50% proprio sulla nostra miracolosissima crema “orerconicatimpanale”!
E ricordate: se crescono le vostre orecchie, non crescete voi!
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mercoledì 7 dicembre 2011
Lo hobbit di John Ronald Reuel Tolkien
Leggere questo capolavoro di Tolkien è sempre un esercizio attuale e fantasioso al tempo stesso; se c'è un autore che ha la forza, attraverso la sua prosa, di astrarci dalla nostra realtà quotidiana e al contempo di comunicare metafore esistenziali e sociali è proprio lui.
Difficile descrivere una storia come questa; può essere soltanto letta (e riletta) senza fretta.
Sinossi: "La prima avventura di Bilbo Baggins, il giovane hobbit (creatura di bassa statura con piedi molto grandi) che assieme a un gruppo di nani esuli guidati dal re Thorin Scudodiquercia e dallo stregone Gandalf il Grigio affronta una spedizione il cui scopo è recuperare un grandioso tesoro. Da questa magica avventura Bilbo tornerà a casa con un anello magico dagli ignoti poteri, il cui valore e mistero verranno svelati nella saga fantasy più famosa di tutti i tempi: "Il Signore degli anelli". La prima edizione di questo romanzo è datata 1937.
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lunedì 28 novembre 2011
Sudditi. Manifesto contro la democrazia di Massimo Fini
Massimo Fini è un autore scomodo. Un autore difficile. Un blasfemo.
Se fosse nato al tempo di Giordano Bruno, probabilemente sarebbe già stato arso su un bel rogo...
Perchè oggi affermare che la democrazia è un male è blasfemia.
La democrazia, questa democrazia, questo modello di democrazia, costruito nel nostro mondo occidentale è una vera democrazia? La vera democrazia delle origini?
No di certo, questo ormai lo sappiamo tutti.
Ma la questione è un'altra. La "peggiore forma di governo, ma l'unica perseguibile", quanto è giustificabile e fino a che punto dobbiamo accettarla in nome di un'idea di ineluttabilità?
Siamo certi che per evitare le forme dittatoriali del '900, siamo e saremo sempre costretti ad accettare questo "imbroglio" di democrazia surrogata?
Pensiamo alla definizione "sovranità popolare", tanto abusata in questi ultimi tempi. La "sovranità popolare" rappresenta solo la vera idrolatria del populismo più deteriore. Anche nella nostra Costituzione Repubblicana, la sovranità popolare semplicemente NON ESISTE ("La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione"). La sovranità, casomai è della costituzione, ultimo baluardo di regole, principi e valori condivisi (ancora, miracolosamente).
Non a caso l'attacco alla nostra Carta Costituzionale in questi anni, è stato perseguito dagli stessi che hanno teorizzato l'apologia della sovranità popolare. Abbiamo assistito alla creazione di un populismo teorizzato da un nichilismo della costituzione, suffragato da un relativismo di comodo.
Ma poi, il fine ultimo di una società coesa non è forse il bene sociale, la giustizia, la convivenza e finalmente la felicità? La democrazia dovrebbe solo essere il mezzo, uno dei mezzi possibili.
Ad avercene di intellettuali così! Le cui tesi spesso sono criticabili, anche ferocemente, ma di certo non conformisti, non sudditi intellettualmente; strani, anarcoidi e criticabili, ma fortunatamente difficilmente inquadrabili in steccati pseudo ideologici.
Abbiamo bisogno di pensatori così; che provocano e ci provocano smuovendoci quello che McLuhan chiamava il narcisistico torpore dell'uomo moderno occidentale.
Sinossi: "Per la nostra cultura la democrazia è "il migliore dei sistemi possibili", un valore così universale che l'Occidente si ritiene in dovere di esportare, anche con la forza, presso popolazioni che hanno storia, vissuti e istituzioni completamente diversi. Fini demolisce questa radicata convinzione. Il suo attacco però non segue le linee né della critica di sinistra, che addebita alla democrazia liberale di non aver realizzato l'uguaglianza sociale, né di destra che la bolla come governo dei mediocri. La "democrazia reale" è un regime di minoranze organizzate, di oligarchie politiche economiche e criminali che schiaccia e asservisce l'individuo, già frustrato e reso anonimo dal meccanismo produttivo di cui la democrazia è l'involucro legittimante"
Se fosse nato al tempo di Giordano Bruno, probabilemente sarebbe già stato arso su un bel rogo...
Perchè oggi affermare che la democrazia è un male è blasfemia.
La democrazia, questa democrazia, questo modello di democrazia, costruito nel nostro mondo occidentale è una vera democrazia? La vera democrazia delle origini?
No di certo, questo ormai lo sappiamo tutti.
Ma la questione è un'altra. La "peggiore forma di governo, ma l'unica perseguibile", quanto è giustificabile e fino a che punto dobbiamo accettarla in nome di un'idea di ineluttabilità?
Siamo certi che per evitare le forme dittatoriali del '900, siamo e saremo sempre costretti ad accettare questo "imbroglio" di democrazia surrogata?
Pensiamo alla definizione "sovranità popolare", tanto abusata in questi ultimi tempi. La "sovranità popolare" rappresenta solo la vera idrolatria del populismo più deteriore. Anche nella nostra Costituzione Repubblicana, la sovranità popolare semplicemente NON ESISTE ("La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione"). La sovranità, casomai è della costituzione, ultimo baluardo di regole, principi e valori condivisi (ancora, miracolosamente).
Non a caso l'attacco alla nostra Carta Costituzionale in questi anni, è stato perseguito dagli stessi che hanno teorizzato l'apologia della sovranità popolare. Abbiamo assistito alla creazione di un populismo teorizzato da un nichilismo della costituzione, suffragato da un relativismo di comodo.
Ma poi, il fine ultimo di una società coesa non è forse il bene sociale, la giustizia, la convivenza e finalmente la felicità? La democrazia dovrebbe solo essere il mezzo, uno dei mezzi possibili.
Ad avercene di intellettuali così! Le cui tesi spesso sono criticabili, anche ferocemente, ma di certo non conformisti, non sudditi intellettualmente; strani, anarcoidi e criticabili, ma fortunatamente difficilmente inquadrabili in steccati pseudo ideologici.
Abbiamo bisogno di pensatori così; che provocano e ci provocano smuovendoci quello che McLuhan chiamava il narcisistico torpore dell'uomo moderno occidentale.
Sinossi: "Per la nostra cultura la democrazia è "il migliore dei sistemi possibili", un valore così universale che l'Occidente si ritiene in dovere di esportare, anche con la forza, presso popolazioni che hanno storia, vissuti e istituzioni completamente diversi. Fini demolisce questa radicata convinzione. Il suo attacco però non segue le linee né della critica di sinistra, che addebita alla democrazia liberale di non aver realizzato l'uguaglianza sociale, né di destra che la bolla come governo dei mediocri. La "democrazia reale" è un regime di minoranze organizzate, di oligarchie politiche economiche e criminali che schiaccia e asservisce l'individuo, già frustrato e reso anonimo dal meccanismo produttivo di cui la democrazia è l'involucro legittimante"
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giovedì 24 novembre 2011
"Il quadro". Un racconto di Karminia

E' come se tutti si fossero dimenticati le difficoltà della vita; ecco, vedo due ragazze, ora chiedo loro spiegazioni: "Ehi, voi! Che fate qui? Insomma dove ci troviamo? E poi perchè siete così felici?"
Nessuna risposta. Nessuna.
"Insomma, siete scalze, prive di ogni cosa, ma allora, perchè siete così felici?"
Mi sento a disagio, come se avessi detto qualcosa che le ha scosse: "Vi chiedo scusa. Non volevo ferirvi"
Finalmente una delle due ragazze, la più magra, mi risponde: "Noi non abbiamo bisogno di cose materiali per essere felici. Ciò che ci serve per essere felici è tutto qui, in questo quadro. Tutto quello che ci serve per correre"Rimango sbalordita da quelle parole e mi chiedo se una parte delle difficoltà della vita siano proprio dovute alle cose materiali. Quelle cose che causano i sentimenti di invidia, di avarizia e ci fanno star male sia quando proviamo certi sentimenti, sia quando li subiamo.
Ecco... la conoscenza di questo quadro, questo tipo di conoscenza, mi rende finalmente felice. Era proprio quello che ci voleva!
Karminia
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Riflettere,
Scrive Karminia
domenica 20 novembre 2011
"Io, io ed io". Un racconto di Karminia

C'era anche l'io del passato, che mi ha detto: "Ehi tu! Io sono io. L'io di ieri, il più giovane ed anche il più bello e tu?"
"Io sono io" risposi sicuro.
"Ho capito. Anch'io sono io. Ma tu dimmi, come sei?" aggiunse.
"Sono un io simpatico e sportivo; forse non bello come te, meno giovane sicuramente, ma più moderno" dissi.
Eravamo seduti al bar io ed io, sorseggiando entrambi un tè, quando si sedette accanto a noi un tipo strano. Un tipo che sembrava avesse fatto un lunghissimo viaggio.
Gli chiesi: "Chi sei? Io sono l'io di oggi, mentre lui è quello di ieri, ma tu? Chi sei tu? Io non ti ho mai visto da queste parti"
"Non puoi avermi visto. perchè io sono l'io di domani. Vengo dal futuro e posso raccontarvi qualsiasi cosa che è accaduta, che sta accadendo e che accadrà. Ma non lo farò oggi, forse domani, chissà"
Io e gli altri due io restammo per un po' in silenzio, pensando.
Poi dissi: "Io che sono l'io di oggi, posso dire di essere il vero io, perchè solo adesso esisto io"
"Come sarebbe a dire il vero io? Io, l'io di ieri, sono il vero io, perchè sono io da prima di tutti voi e sono il più giovane e vivrò più a lungo"
"Sbagliate entrambi. - disse l'io del futuro - Io sono vecchio certo, ma sono il più saggio e posso fare, perchè le ho già fatte, tante cose che voi non potete fare"
Mi scocciai e cominciai ad urlare: "Basta! Io sono il vero io! Ora ci sono solo io!"
E l'io del passato cominciò a ridere: "Illusi! Io sono il vero io, ho più tempo di tutti per essere io"
Ma l'io del futuro aggiunse con pazienza: "Ma non capite? Se non fosse per me, voi nemmeno esistereste, perchè non avreste alcun futuro"
Rimanemmo lì a discutere chi fosse il vero io. Per ore ed ore.
Il giorno dopo, mentre eravamo ancora lì, seduti a discutere, si presentò un tizio, uno sconosciuto e si sedette accanto a noi.
"E tu? - chiesi stupito - Tu... chi sei?"
Il tipo prese la mia tazza, sorseggiò con calma il mio tè ormai freddo, poi disse: "Non l'avete ancora capito tutti e tre? Io sono il nuovo io. Mentre voi eravate seduti qui a discutere, il tempo è passato e un nuovo giorno è arrivato. Ora, il vero ed unico io sono soltanto io!"
Karminia
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Il mondo a piedi di David Le Breton
Un libro pieno di spunti e riflessioni.
Forse un po' scontato per chi ha già fatto o fa da tempo l'esperienza del cammino come stile di vita e ne ha ritrovato l'aspetto quotidiano, del "gesto naturale".
Lo stile narrativo è un po' troppo aulico, a volte pomposo e si avverte quasi la necessità di riempire di contenuti oltre la necessità di senso e simbolismo.
Un bel capitolo è quello sul camminare in città e sulla definizione dei cinque sensi.
Sinossi: "Godimento del tempo e dei luoghi, il camminare è uno scarto rispetto alla modernità. Viaggiare a piedi è un gesto trasgressivo, una potente affermazione di libertà. E' un avanzare in modo trasversale nel ritmo frenetico della vita moderna. "Il mondo a piedi" propone un modo nuovo di viaggiare, mette in relazione il punto di vista dei personaggi storici quali Stevenson, Sansot e Basho, ponendoli attorno a un tavolo immaginario a scambiarsi opinioni sul senso del percorrere il mondo e la vita a piedi. Una dissertazione che induce a considerare con curiosità un aspetto ormai insolito del viaggio"
Forse un po' scontato per chi ha già fatto o fa da tempo l'esperienza del cammino come stile di vita e ne ha ritrovato l'aspetto quotidiano, del "gesto naturale".
Lo stile narrativo è un po' troppo aulico, a volte pomposo e si avverte quasi la necessità di riempire di contenuti oltre la necessità di senso e simbolismo.
Un bel capitolo è quello sul camminare in città e sulla definizione dei cinque sensi.
Sinossi: "Godimento del tempo e dei luoghi, il camminare è uno scarto rispetto alla modernità. Viaggiare a piedi è un gesto trasgressivo, una potente affermazione di libertà. E' un avanzare in modo trasversale nel ritmo frenetico della vita moderna. "Il mondo a piedi" propone un modo nuovo di viaggiare, mette in relazione il punto di vista dei personaggi storici quali Stevenson, Sansot e Basho, ponendoli attorno a un tavolo immaginario a scambiarsi opinioni sul senso del percorrere il mondo e la vita a piedi. Una dissertazione che induce a considerare con curiosità un aspetto ormai insolito del viaggio"
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giovedì 17 novembre 2011
Come dire. Galateo della comunicazione di Stefano Bartezzaghi
Prima di tutto una premessa.
Questo libro non l'ho scelto io e, d'altra parte, non ne avevo alcuna intenzione.
Mi è stato regalato dal mio amico Pierpaolo.
Non per un compleanno o per qualche altra occasione particolare.
Me l'ha regalato perchè ha pensato che fosse "adatto a me".
"Questo libro è per uno come te, - mi ha detto - a cui piace scrivere giocando con le parole".
S'è presa una bella responsabilità il mio amico Pierpaolo, perchè regalare un libro non è mai una scelta facile.
E' molto più semplice regalare una sciarpa piuttosto che un libro, perchè la prima basta indossarla, mentre il secondo è un regalo che impegna il tempo e l'attenzione di chi lo riceve.
Dopo averlo letto, si è rafforzata in me l'idea che il mio amico Pierpaolo ci ha preso anche stavolta: come avrebbe detto un noto politico molisano... "c'azzecca".
Questo libro è esilarante! Leggerlo sulla metro è rischioso: vi prenderanno per pazzi, vedendovi ridere con le lacrime agli occhi, come davanti ad una pellicola di Stanlio e Ollio!
Una vera rivelazione Bartezzaghi: un fine e raffinato giocoliere delle parole!
Non vi dirò di più: troverete tutto scritto nel libro... Buona lettura e buon umore!
Per parte mia, lasciatemi ringraziare due volte il mio amico Pierpaolo: una per il libro ed una per questo libro.
Sinossi: "Le scorrerie di Bartezzaghi, allegro linguista e principe dei giocatori di parole, tra le praterie della lingua: i suoi usi e abusi, i suoi trucchi e doppi sensi. I nuovi modi di comunicare della civiltà digitale: il web, le mail, gli sms. I blog. Facebook e Twitter. Telefoni da leggere e da scrivere. Com'è fatto l'italiano che parliamo. I nuovi strafalcioni. E quelli antichi. Dall'editorialista di "Repubblica", un ritratto comico dell'Italia postmoderna, la sua lingua, la sua grammatica, la sua morfologia, la sua sintassi"
Questo libro non l'ho scelto io e, d'altra parte, non ne avevo alcuna intenzione.
Mi è stato regalato dal mio amico Pierpaolo.
Non per un compleanno o per qualche altra occasione particolare.
Me l'ha regalato perchè ha pensato che fosse "adatto a me".
"Questo libro è per uno come te, - mi ha detto - a cui piace scrivere giocando con le parole".
S'è presa una bella responsabilità il mio amico Pierpaolo, perchè regalare un libro non è mai una scelta facile.
E' molto più semplice regalare una sciarpa piuttosto che un libro, perchè la prima basta indossarla, mentre il secondo è un regalo che impegna il tempo e l'attenzione di chi lo riceve.
Dopo averlo letto, si è rafforzata in me l'idea che il mio amico Pierpaolo ci ha preso anche stavolta: come avrebbe detto un noto politico molisano... "c'azzecca".
Questo libro è esilarante! Leggerlo sulla metro è rischioso: vi prenderanno per pazzi, vedendovi ridere con le lacrime agli occhi, come davanti ad una pellicola di Stanlio e Ollio!
Una vera rivelazione Bartezzaghi: un fine e raffinato giocoliere delle parole!
Non vi dirò di più: troverete tutto scritto nel libro... Buona lettura e buon umore!
Per parte mia, lasciatemi ringraziare due volte il mio amico Pierpaolo: una per il libro ed una per questo libro.
Sinossi: "Le scorrerie di Bartezzaghi, allegro linguista e principe dei giocatori di parole, tra le praterie della lingua: i suoi usi e abusi, i suoi trucchi e doppi sensi. I nuovi modi di comunicare della civiltà digitale: il web, le mail, gli sms. I blog. Facebook e Twitter. Telefoni da leggere e da scrivere. Com'è fatto l'italiano che parliamo. I nuovi strafalcioni. E quelli antichi. Dall'editorialista di "Repubblica", un ritratto comico dell'Italia postmoderna, la sua lingua, la sua grammatica, la sua morfologia, la sua sintassi"
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lunedì 14 novembre 2011
Sulla Fiaba di Italo Calvino
Colpisce la mole di lavoro fatta da Italo Calvino.
Un grande autore che non ha esistato a raccogliere con pazienza ed umiltà un patrimonio della nostra tradizione orale e regionalistica.
Queste favole raccontano molto dell'Italia di una volta, ma sono attuali sui vizi e ele virtù del nostro popolo.
Favole da leggere, ancor prima di leggerle ai bambini la sera prima che si addormentino.
Sinossi: "L'origine, lo sviluppo e la funzione della fiaba studiato dal grande narratore che ha portato a termine la prima grande raccolta organica del patrimonio favolistico italiano"
Un grande autore che non ha esistato a raccogliere con pazienza ed umiltà un patrimonio della nostra tradizione orale e regionalistica.
Queste favole raccontano molto dell'Italia di una volta, ma sono attuali sui vizi e ele virtù del nostro popolo.
Favole da leggere, ancor prima di leggerle ai bambini la sera prima che si addormentino.
Sinossi: "L'origine, lo sviluppo e la funzione della fiaba studiato dal grande narratore che ha portato a termine la prima grande raccolta organica del patrimonio favolistico italiano"
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Leggo (narrativa)
domenica 6 novembre 2011
9 agosto 378. Il giorno dei barbari di Alessandro Barbero
Ho aperto questo saggio solo per curiosità.
D'altra parte, la prima motivazione alla lettura è proprio la curiosità.
Una vera sorpresa, sia per la storia, sia per lo stile dell'autore e per l'uso sobrio del linguaggio.
Barbero è capace di raccontare con linearità, fatti ed argomenti anche complessi e dibattuti, con la forza della narrazione più che del saggio.
Il parallelismo, ad esempio, con l'attuale immigrazione di oggi o con la decadenza di un potere corrotto, è evidente anche se non volutamente sottolineato dall'autore; nasce dalla capacità di Barbero di delineare i protagonisti come veri personaggi di una storia da raccontare.
Da leggere in tre o quattro sere, che potrebbero raddoppiare sorseggiando un buon chianti.
Sinossi: "Questo libro racconta di una battaglia che ha cambiato la storia del mondo ma non è famosa come Waterloo o Stalingrado: anzi, molti non l'hanno mai sentita nominare. Eppure secondo qualcuno segnò addirittura la fine dell'Antichità e l'inizio del Medioevo, perché mise in moto la catena di eventi che più di un secolo dopo avrebbe portato alla caduta dell'impero romano d'Occidente. Parleremo di Antichità e Medioevo, di Romani e barbari, di un mondo multietnico e di un impero in trasformazione e di molte altre cose ancora. Ma il cuore del nostro racconto sarà quel che accadde lì, ad Adrianopoli, nei Balcani, in un lungo pomeriggio d'estate."
D'altra parte, la prima motivazione alla lettura è proprio la curiosità.
Una vera sorpresa, sia per la storia, sia per lo stile dell'autore e per l'uso sobrio del linguaggio.
Barbero è capace di raccontare con linearità, fatti ed argomenti anche complessi e dibattuti, con la forza della narrazione più che del saggio.
Il parallelismo, ad esempio, con l'attuale immigrazione di oggi o con la decadenza di un potere corrotto, è evidente anche se non volutamente sottolineato dall'autore; nasce dalla capacità di Barbero di delineare i protagonisti come veri personaggi di una storia da raccontare.
Da leggere in tre o quattro sere, che potrebbero raddoppiare sorseggiando un buon chianti.
Sinossi: "Questo libro racconta di una battaglia che ha cambiato la storia del mondo ma non è famosa come Waterloo o Stalingrado: anzi, molti non l'hanno mai sentita nominare. Eppure secondo qualcuno segnò addirittura la fine dell'Antichità e l'inizio del Medioevo, perché mise in moto la catena di eventi che più di un secolo dopo avrebbe portato alla caduta dell'impero romano d'Occidente. Parleremo di Antichità e Medioevo, di Romani e barbari, di un mondo multietnico e di un impero in trasformazione e di molte altre cose ancora. Ma il cuore del nostro racconto sarà quel che accadde lì, ad Adrianopoli, nei Balcani, in un lungo pomeriggio d'estate."
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lunedì 31 ottobre 2011
Il ritorno del Bombolaro
Seconda ed ultima parte
Scusatemi per il ritardo, ma quest’ultima consegna mi ha impegnato più del previsto.
Inoltre, io non ho un furgoncino per le consegne e posso trasportare una sola bombola del gas alla volta, usando la mia vespa rossa.
La bombola la tengo appoggiata sul pianale e cerco di non farla cadere, stringendola con le cosce.
Quando trasporto una bombola e corro per i vicoli del paese, alcuni vecchi pescatori seduti a bere fuori dai bar, ridono e mi salutano alzando il loro bicchierino di ouzo verso l’alto. Lo fanno perché sono abbastanza vecchi da non temere le mie attenzioni verso le loro mogli.Comunque, la scorsa volta vi avevo promesso che al mio ritorno, vi avrei raccontato cosa mi è capitato più di un anno fa. Ebbene, sentite qua che storia assurda...
Durante l'estate, tra una consegna e l'altra, passo la mia giornata al Cafè Meltemi.
E' un locale molto carino, frequentato prevalentemente dai turisti stranieri, abbarbicato sulla scogliera della piccola baia di Legrena, sul lato nord dell’isola, dove c’è sempre un vento sufficiente a rendere sopportabili anche le giornate più calde della stagione.
Quando sono lì, scendo spesso fino alla spiaggia sottostante e attraverso l’intera baietta a nuoto. Poi torno indietro a piedi fino al bar.
Mentre cammino sul bagnasciuga, mi sento osservato da molte donne (e non solo donne), che prendono il sole in spiaggia.
Ci sono quelle che si abbassano gli occhiali da sole sul naso e quelle che aprono impercettibilmente le palpebre fingendo di dormire; quelle che mi seguono con lo sguardo, mordendosi il labbro inferiore e quelle che richiamano l’attenzione dell’amica seduta accanto, stringendole il braccio.
Alcune commentano fra di loro più o meno ad alta voce il mio passaggio.
Credo di conoscere in almeno cinque lingue diverse l’espressione «Ehi! Ma hai visto che tipo?!»
Tengo molto a quella «passerella». E' un modo rapido ed efficace per farmi conoscere ed allargare il giro della mia clientela.
Molte delle mie attuali clienti, soprattutto straniere, le ho conosciute proprio sulla spiaggia di Legrena.
Ed è stato proprio lì, ad agosto dello scorso anno, che conobbi Hanne.
Una splendida cinquantenne di Copenhagen, bionda, alta, con due occhi chiarissimi ed con un corpo ben curato; sensuale e semplice allo stesso tempo. Una donna colta e raffinata.
Quando le passai davanti, lei si sollevò dal lettino mettendosi a sedere e mi chiamò.
“Mi scusi. – mi disse in inglese – Lei è quello che chiamano il «bombolaro»?”
“Si, sono io” le risposi incuriosito.
“Mi hanno detto in paese di cercarla qui in spiaggia, perché avrei bisogno di sostituire la bombola del gas. Sono arrivata cinque giorni fa e ho affittato la casa della signora Athanasia su a Saronida” mi disse.
La signora Athanasia la conoscevo bene: una vedova molto amica di mia zia.
Da quando le era morto il marito, durante l’estate affittava le tre case che aveva ricevuto in eredità dalla famiglia di origine, per tirare avanti.
Era molto precisa la vecchia Athanasia e prima di affittare una casa, si assicurava scrupolosamente che tutto fosse perfettamente funzionante, compresa la bombola del gas che mi faceva sostituire sempre, ad ogni inizio di stagione.
“Potrei passare questa sera, - le proposi - se per lei non è un problema. Anche dopo cena”
“Perfetto, grazie. Allora l’aspetto per le 10 di questa sera” mi congedò senza aspettare la mia risposta, tornando a prendere il sole distesa sul lettino.
La salutai e me ne tornai al bar, cercando di non pensare alla sera che mi aspettava: l'idea di passare una notte con una femmina così, mi eccitava e mi riempiva di un’inedita euforia, facendomi perdere lucidità.
Quella sera, mangiai pochissimo e poco prima delle 10, caricai una bombola nuova sulla mia vespa e mi diressi con calma verso Saronida.
Quando arrivai davanti alla casa di Hanna, trasportai come al solito la bombola facendola rotolare, ma non intonai il solito motivetto di sempre.
Esitai senza bussare davanti alla porta di casa, quel tanto che permise ad Hanna di aprirmi la porta.
“E’ in ritardo. - disse severa - Sono le 10:15. Venga: le mostro dov'è la cucina"
“Lo so dove si trova, grazie. – le risposi - Conosco bene, la casa della signora Athanasia”
Che donna! Arrabbiata era ancora più bella e desiderabile, pensai.
Ma dovevo stare calmo, per non perdere assolutamente l'autocontrollo.
Sostituii la «vecchia» bombola del gas che, come avevo previsto, pesava praticamente come la nuova e probabilmente, non era mai stata usata.
“Fatto” le dissi.
“Tutto a posto allora? Ha finito?” rispose lei.
"Si, ho finito" risposi titubante.
Forse mi ero sbagliato. Forse quella donna voleva solo sostituire la bombola o forse ci aveva ripensato.
Lei si avvicinò a me, lentamente.
“In spiaggia, mi hanno detto che lei, – il suo tono di voce era cambiato: molto sensuale – quando sostituisce le bombole del gas, è disponibile ad offrire anche… come dire… dei «servizi aggiuntivi»? Dei gadgets?”
Gadgets!… Già! Non ci avevo mai pensato…
“Le hanno detto bene. - le sorrisi – Se vuole usufruire dei miei servizi…”
“Dipende. – riprese lei senza mostrare alcun imbarazzo – Quando acquisto qualcosa, voglio sapere sempre prima quanto spenderò”
“La mia tariffa è di 150 Euro. - risposi senza esitare – 30 Euro per la bombola e 120 per il… com’è che l’ha chiamato? Ah, si, ecco… 120 Euro per il gadget”
“Però! - aggiunse lei ridendo – Un gadget che costa ben quattro volte più del prodotto. Dev'essere qualcosa di veramente speciale...”
Un gadget più costoso della bombola… Già. Anche a questo non avevo mai pensato.
D’altra parte nessuna cliente si era mai lamentata in passato delle mie tariffe.
E poi, si sa: la gente attribuisce un valore alle cose proprio in base al loro prezzo e le cose gratuite vengono sempre percepite come prive di valore.
“Posso farle una domanda indiscreta, signora?” azzardai.
“Si, può” disse lei.
“E’ sposata?” le chiesi a bruciapelo.
“Divorziata da 5 anni. Ho anche tre figli grandi. - mi sorrise – Perché le interessa saperlo?”
“Curiosità. Semplice curiosità” mentii.
“Bene. Visto che conosce la casa, – aggiunse lei dandomi le spalle ed allontanandosi – saprà dove andare. L'unica cosa che le chiedo è di non accendere assolutamente la luce…”
La vidi accendersi una sigaretta ed uscire sul patio davanti casa.
Non riuscii più a trattenere la mia euforia: stavo per passare una notte di passione con una donna bellissima!
Dopo una decina di minuti passati in bagno a prepararmi, entrai nella camera da letto.
Il buio nella stanza era totale, assoluto, appena chiusi la porta dietro di me.
Cercai di raggiungere il letto a tastoni. Lo trovai e sentii lei che era già distesa sul letto. Completamente nuda.
Le accarezzai lentamente tutto il corpo, percependo sui polpastrelli delle mie dita, i leggeri brividi della sua pelle.
Ero un professionista che aveva imparato negli anni, a levigare con cura il corpo d’una femmina e sapevo come rispettarlo, sfiorandolo con dolcezza.
Hanna, nonostante i suoi cinquant’anni, aveva una pelle ancora più liscia e vellutata, di quello che mi sarei aspettato.
Passammo l’intera notte a fare l’amore, con passione e credo di aver dato il meglio di me proprio in quell’occasione.
Rimasi sorpreso dalla sua insicurezza, a volte impaccio e imbarazzo. Non me lo sarei mai aspettato da una donna vissuta, libera e in apparenza tanto matura e sicura di sé; una dominatrice dal carattere forte.
Avrei voluto più d’una volta, durante quella notte, accendere la luce per ammirare il suo corpo e il suo volto. Ma mi trattenni dal farlo, per rispettare il suo desiderio e l'immagine del suo corpo nudo, me la costruii nella mia mente, aiutandomi col tatto.
Mi risvegliai la mattina dopo, con le finestre spalancate che facevano entrare prepotentemente nella stanza i raggi del sole.
Distesi la mano accanto a me: lei non c'era.
Mi alzai a fatica e mi trascinai verso la cucina.
Hanna era in piedi davanti al tavolo con in mano una caraffa di succo d'arancia.
Era bellissima e indossava un'elegante vestaglia bianca, la cui trasparenza mostrava nitidamente il suo corpo nudo.
Non mi accorsi subito della presenza di una ragazza seduta al tavolo.
“Ben alzato «bombolaro», hai dormito bene?” disse Hanna, appena mi vide entrare in cucina.
Passai accanto alla ragazza e mi colpì il suo profumo: aveva qualcosa di familiare...
“Lei è Kristel" disse Hanna presentandomela.
La ragazza mi porse la mano sorridendomi. Avrà avuto si e no 25 anni.
Le strinsi distrattamente la mano e nello stesso istante in cui lo feci, finalmente capii.
Avevo passato la notte con quella ragazza!
Ma che razza di gioco perverso hanno organizzato queste due?! Pensai e la cosa non mi piacque affatto.
Stavo per urlare, ma mi limitai a balbettare: “Io… io… Non capisco…Ho passato la notte con questa ragazza...”
Kristel represse un riso pudìco, chinando la testa.
Hanna mi guardò intensamente negli occhi, versandomi del succo d’arancia.
Era splendida. Superbamente desiderabile, soprattutto quando fui certo di non averla mai sfiorata nemmeno con un dito.
“Hai svolto molto bene il tuo lavoro. Anche Kristel me l’ha confermato. – disse – Cosa c’è da capire?”
“Come sarebbe a dire «cosa c’è da capire?»!" sbottai.
“Calmati. – rispose lei senza scomporsi – Cos’è? Non ti è piaciuta Kristel? E poi, non deve mica piacere a te, se non sbaglio sei pagato per i tuoi gadgets…”
“Non è questo il punto. – risposi ostentando una ritrovata calma apparente – Anch’io voglio sapere sempre con chi sto lavorando e non capisco il perché di questo strano sotterfugio”
Le due donne mi guardarono per qualche istante, poi si guardarono fra di loro e scoppiarono a ridere.
“D’accordo… d’accordo… forse ti dobbiamo una spiegazione” ammise Hanna, appena riuscì a ricomporsi dalle risa.
“Vedi, Kristel è la mia compagna da circa quattro anni. Il nostro rapporto è sempre stato molto bello, intenso e passionale. Ma c’era qualcosa che rischiava di minare la nostra unione” rivelò.
Due lesbiche! Due donne così belle e… così lesbiche! Non riuscii a crederci!
“Ma... eppure stanotte, sembrava che le piacesse… e anche tu Hanna, hai tre figli, sei stata sposata e…” non riuscivo più a pensare, a parlare, a comprendere.
“Hai una strana idea del rapporto di coppia, amico mio. – mi disse Hanna – Direi sostanzialmente che sei piuttosto ignorante in materia. E non mi riferisco solo alle lesbiche, ma a tutto il mondo femminile"
Io rimasi lì come un fesso, a guardare quelle due che mi avevano preso in giro.
“Comunque, - riprese lei – Kristel non ha mai avuto un vero rapporto completo con un uomo prima di incontrarmi. Questo ci preoccupava molto, perché entrambe volevamo essere sicure del nostro amore e delle sue preferenze sessuali. Quando abbiamo sentito parlare di te e delle tue «prestazioni», abbiamo pensato che fossi l’ideale per fare un «test» ai massimi livelli e fugare definitivamente ogni dubbio”
Mi immaginai come un piccolo topolino bianco, una cavia da laboratorio…
“Ma avevamo un piccolo problema. – aggiunse lei – Kristel è molto timida e non sarebbe mai riuscita da sola a chiedere il tuo aiuto. Così, ho adottato questo piccolo stratagemma, per farti credere che fossi io quella a cui dovevi offrire le tue prestazioni”
"Insomma io sarei una specie di cavia..." ancora non riuscivo a crederci.
"No, non direi. - disse lei - Io ti definirei più come un "termine di paragone"... un test, appunto"
Poi rise: "Anzi potremmo darti anche una sigla. Che ne dici di... C.M.T.? il Cylinder-Man Test!"
Restai serio ed inebetito.
“Non te la prendere, – riprese lei - in fondo è il tuo lavoro no? Non sei pagato per questo? O sbaglio?”
“E… - tentennai, ponendo la domanda cruciale alla ragazza – Cos'hai scoperto di preferire tu, Kristel?”
Lei mi guardò con tenerezza, si avvicinò a me e mi regalò una candida carezza sul mio volto indurito.
Poi si avvicinò ad Hanna e la baciò con passione e trasporto.
Verdetto inappellabile.
"Capisco. - dissi, mentre mi accingevo ad uscire da quella casa - Ho fallito..."
"Le mie preferenze sessuali ,- disse Kristal cercando di consolarmi - non dipendono da te, ne da nessun altro, ma solo da me"
Magra consolazione.
Me ne andai dalla casa della vedova Athanasia, con un gran mal di testa e uno stato confusionale.
Nelle due settimane successive a quella fatidica notte, me ne restai chiuso in casa, col cellulare spento. Non montai nemmeno una bombola del gas in tutta l'isola.
Poi, pian piano, me ne feci una ragione.
Con Hanna e Kristel, sono rimasto in contatto: ci siamo scambiati gli auguri di Natale, di Pasqua.
Loro mi hanno spedito anche una cartolina durante l'inverno e ogni tanto mi mandano un SMS, per sapere come sto. Insomma, ormai posso dire che siamo diventati buoni amici...
Ma ora scusatemi: devo proprio andare.
Vado a sostituire una bombola del gas a due donne di Stoccolma, sbarcate sull'isola l'altro ieri.
Questa è la terza coppia segnalatami da Hanna, solo in quest'ultimo mese.
La terza coppia di donne che è venuta da me, per fare il C.M.T. Il Cylinder-Man Test!
FINE
Postfazione:
L'idea di questo racconto, è nata ricordando una filastrocca che inventai in spiaggia a Leros alcuni anni fa osservando il bombolaro passeggiare...
Se a leros la bombola si scarica,
c'è chi occasion non perde pe andà alla carica.
Lui arriva sempre col suo bel vespino,
e d'ogni femmina segna lo destino.
Che poi sia bella o brutta non importa,
lui sarà della famiglia sua se varcherà la porta.
Eccolo sfilare in spiaggia aitante e muscoloso,
e il suo "culetto" a molte è assai famoso.
Se guardi ben la prole qui in vacanza,
con lui tu noterai la somiglianza.
Ordunque omo st'attentino,
se alla tua bella lui strizza... l'occhiolino!
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